Donadoni: "Ma Luca ha fatto gol ai francesi"

Il mister azzurro: "Il rigore procurato ha lo stesso valore". Scelti Aquilani e Perrotta, una lettera dal Niguarda lo commuove

nostro inviato a Vienna

Se c’è un solo motivo per dare fondo alle energie che restano dalle parti di Baden, bene, questo motivo risiede a Milano, ospedale Niguarda. Da quell’isola del dolore proviene la lettera, tenera e delicata, recapitata nell’albergo azzurro e citata ieri da Roberto Donadoni a testimonianza del solito intreccio che si registra nelle nostre contrade quando c’è di mezzo il tricolore calcistico. «È incredibile come persone segnate così dalla sofferenza siano in grado di trasmettere sentimenti positivi oltre che un grande sostegno. Ho trovato la lettera molto toccante. Ecco, se c’è un solo motivo per provare a piegare la Spagna l’abbiamo trovato», riferisce il Ct che d’improvviso sembra parlare di altro, illuminandosi nel volto piegato sul malinconico andante. Per realizzare questa piccola impresa da dedicare a un gruppo di malati terminali del Niguarda c’è bisogno di tutto, ogni risorsa è utile, la cura di ciascun particolare, ma soprattutto «grande convinzione e altrettanta determinazione», qualità che non fanno difetto all’ultima Italia rimasta senza Gattuso e Pirlo e costretta a promuovere la gioventù di Aquilani e la sostanza di Ambrosini per rimpiazzare i due grandi assenti.
Trovato il motivo, bisogna decifrare il resto: lo schieramento senza sbavature, qualche rigorista col piede freddo e poi uno capace di battere punizioni e calci d’angolo con i giri giusti per le testoline di Panucci e Ambrosini, di Toni e Chiellini. «Chi gioca riscuote la fiducia mia e dei suoi compagni d’avventura», garantisce il ct senza un solo lamento. Altri si rivolgerebbero ad Amnesty International per gli sgambetti della sorte e la mannaia delle squalifiche. «Non so come sia il bilancio del mio europeo, so soltanto che ci ho messo l’anima e il corpo, con tutto il mio staff», racconta Donadoni in versione minimalista, attento solo a non fornire punti di riferimento sullo schieramento, tenuto al coperto. «Cassano? Vedremo domani. Di Natale? Ho feeling con lui, tornerà utile più avanti. Aquilani? Cresce bene. Camoranesi e Perrotta? Hanno recuperato fisicamente, ma qui contano le energie nervose più che le altre. Toni? Non m’interessano le statistiche, gli ho detto che l’azione contro la Francia vale una doppietta», le risposte sparse lungo tutta la conferenza e che consentono di ricostruire in modo attendibile il puzzle metà romanista e metà juventino, una sorta di ircocervo. È una necessità più il capriccio dell’ennesimo cambiamento. Piuttosto, nelle sue condizioni, Donadoni e la sua Nazionale non si sentono come «passati sotto un treno e rimasti sani e salvi», definizione utilizzata dall’Arrigo per descrivere il pericolo scampato. «Nessuna analogia con il ’94» avanza sicuro il ct capace di ricostruire in modo diverso il precedente di Boston, 14 anni prima, contro la Spagna domata dai due Baggio, Dino e Roberto. «Potevamo anche perdere» detta rianimando l’umore dei cronisti spagnoli che ci considerano pericolosi interpreti di un calcio orribile. Gradiscono il loro. «Perché sono nazionalisti» spiega il ct alle prese col problemuccio dei rigori. «Faremo la lista all’ultimo momento», promette. Magari dopo aver riletto la lettera proveniente dal Niguarda di Milano.