Donadoni

L’addio "con stima" al tecnico bergamasco sancito da Abete

Roma - Bastano un’ora di colloquio e un comunicato di dieci righe per interrompere un rapporto di due anni mai davvero decollato. Roberto Donadoni era il ct più giovane della storia azzurra (45 anni a settembre) e il divorzio dalla Nazionale arriva con una tempistica che non ha precedenti. «Il suo contratto con l’Italia è esaurito alla naturale scadenza del 30 giugno», gli comunica il presidente della Figc Abete, facendo valere così l’accordo tra le parti stipulato cinque giorni prima del debutto agli Europei.

Ci voleva almeno la semifinale per salvare il posto del tecnico bergamasco, che per di più aveva rinunciato anche all’indennizzo economico che la Federcalcio gli aveva proposto. «Il giorno delle convocazioni, quando il presidente mi annunciò la possibilità del risarcimento, io dissi che non c’era bisogno - rivela Donadoni -. I soldi fanno comodo a tutti, ma io ho dimostrato di credere in altri valori, primo fra tutti i rapporti con le persone». Evidente l’amarezza dell’ex calciatore del Milan, che lascia la panchina con un ruolino di tutto rispetto nei match ufficiali (dieci vittorie, tre pareggi e due sole sconfitte). Ma quel rigore di troppo sbagliato dagli azzurri con la Spagna gli è costato carissimo.

Vorrebbe andarsene in punta di piedi. Entra sorridente alle 13 in Federcalcio, ne uscirà più cupo tre ore e mezza dopo. In realtà il colloquio con Abete – non una forma di cortesia, né tanto meno quella verifica entro dieci giorni dalla conclusione del nostro Europeo, ma un preciso obbligo contrattuale – durerà solo un’ora. E in quei sessanta minuti l’allenatore rivendica il valore del suo lavoro e forse recrimina per la fiducia condizionata che ha sempre ricevuto, ma spiega anche ad Abete perché avrebbe voluto continuare l’avventura di ct («un’esperienza stupenda che rifarei anche domattina»).

Il presidente della Figc, pur confermando la stima personale e l’apprezzamento per la serietà dimostrata oltre che l’impegno professionale, gli dà il benservito, avendo già l’accordo con Marcello Lippi. L’aplomb di Donadoni imporrebbe un saluto senza scossoni, ma qualche sassolino dalla scarpa vuole comunque toglierselo. «Dispiace che un calcio di rigore abbia determinato questa situazione - è il primo commento nel saluto ai cronisti -. In questi due anni la mia Italia ha fatto anche qualcosa di positivo, un’ultima partita non può cancellarlo». E a chi gli chiede se si è mai sentito un uomo solo risponde: «Attorno a me avevo tanta gente, i giocatori dai quali ho avuto tutto quello che potevo aspettarmi e che in campo hanno dato il massimo che potevano, il mio staff. Ringrazio tutti, Abete, Guido Rossi e quelli che hanno avuto la pazienza di sopportarmi».

Il fantasma di Lippi ha sempre aleggiato sulla sua testa, troppo pesante l’eredità post-mondiale che aveva dovuto raccogliere. Così come non c’è stato mai grande feeling - al di là delle dichiarazioni di circostanza anche quando il ct conquistò brillantemente la qualificazione a Euro 2008 - con Abete che non lo aveva scelto (era l’epoca della gestione commissariale) e che rimpiangeva l’uomo di Viareggio, vincente e carismatico.

Durante tutta la sua avventura (23 partite e 67 giocatori avvicendatisi) la figura del ct campione del mondo è stata più volte evocata. E il mite Donadoni lancia al successore una frecciata velenosa. «Di Lippi se ne parla da due anni. Ognuno ha il suo modo di proporsi alla gente, non sono io a dover insegnare agli altri come comportarsi. Al presidente Abete non ho chiesto se c’è stato un incontro con Lippi. Ognuno è libero di fare quel che vuole, io non discuto i comportamenti degli altri. Non voglio cadere in mancanza di eleganza».

La stoccata è servita, per guardare al futuro c’è tempo. Intanto andrà in vacanza per metabolizzare la fine di un’avventura che rappresentava un sogno. Ma poi ha dovuto risvegliarsi e capire che la realtà era molto diversa.