Donatello e il marmo «ritrovato»

Silvia Castello

Donatello e i marmi di Santa Maria sopra Minerva. All’interno di una giornata di studi a Palazzo Venezia, è stato presentato un inedito capolavoro attribuito al genio fiorentino del Quattrocento ed eseguito durante il suo soggiorno romano tra il 1430 e il 1433. L’iniziativa è stata introdotta da un illustre comitato d’onore presieduto dai soprintendenti Claudio Strinati (Polo Museale Romano), Antonio Paolucci (Polo Museale Fiorentino), il professor Marco Pizzo del Museo del Risorgimento di Roma e Giancarlo Gentilini, storico dell’Università di Perugina.
Nei primi anni Novanta Federico Zeri lo indicò come opera di Donatello aprendo il dibattito della comunità scientifica sulla paternità donatelliana e stimolando i diversi progetti di ricerca degli specialisti. Si tratta di un importante rilievo marmoreo proveniente dalla collezione privata dell’antica tenuta Saccoccia di Mentana e raffigurante la «Madonna fra tredici cherubini in atto di porgere due corone», parte di una grande lunetta raffigurante la «Triplice incoronazione di Caterina da Siena» che completava l’altare sepolcrale eretto intorno al 1430 in Santa Maria sopra Minerva poi smembrato nel 1573-79. Oggi nella chiesa è visibile solo la figura giacente della «Beata Caterina» riferibile al monumento del primo Quattrocento (modificato per volontà del fiorentino Sant’Antonio Pierozzi, allora priore della Minerva) e posta sopra un sarcofago aggiunto nel 1461 dal cardinale Angelo Capranica durante il processo di canonizzazione della santa.
Tra analisi stilistica e storia documentaria delle ricerche, c’è da evidenziare la robusta filologia con cui il professor Marco Pizzo ha indagato le carte segrete, bolle e codici degli Archivi di Stato e del Vaticano, con la collaborazione della Direzione Pontificia dell’Accademia Ecclesiastica e dei Padri Domenicani dell’Archivio della Minerva e di Santa Sabina. Fondamentale per la risolvere alcuni interrogativi legati alla paternità dell’opera, è stato il ritrovamento di un documento cinquecentesco pubblicato nel 1766 da Giovanni Bottari (eclettico ed erudito canonico fiorentino presso Neri Corsini a Palazzo Corsini) e segnalato da Francesco Cagliati con un preciso riferimento al marmo di Donatello. Si tratta di una lettera del 28 aprile 1592 inviata a Baccio Valori, (raffinato letterato ed esigente collezionista dello scultore di cui vantava altri quattro capolavori) dal suo agente romano Marcantonio Dovizi, in cui si proponeva l’acquisto di gruppi marmorei provenienti da un monumento di Caterina da Siena. Tra i quali spiccava una lunetta con «figure di bassorilievo di Donatello» raffigurante «Santa Caterina che sta devota in ginocchio con le mani giunte. Dalla banda destra di lei la Madonna, che con una mano tiene alzata una corona per metterla in testa, e con l’altra mano un’altra corona tiene sopra il petto. Dalle sinistra Nostro Signore Gesù Cristo, il quale le porge la palma della mano destra aperta e con la sinistra tien pure una corona sopra il suo petto; e intorno a queste tre figure sono circa 18 Cherubini». Il bassorilievo rimarrà esposto fino al 19 giugno a Palazzo Venezia per poi tornare ad essere visibile ne corso di una grande mostra che entro fine anno documenterà il rapporto culturale tra Roma e Siena durante il pontificato di Papa Pio II Piccolomini. Un’altra iniziativa che aprirà nuovi e sorprendenti scenari della scultura medievale.