Un donatore d’organi tra amore e senso di colpa

La retorica rammenta che il trapianto d’organi salva delle vite, ma omette sempre che un’altra vita, meglio se giovane, deve concludersi ad hoc, e non per morte naturale. Scritto da Grant Nieporte, Sette anime (in originale Seven Pounds) di Gabriele Muccino cambia prospettiva: il film è dalla parte del donatore (Will Smith), anche se un donatore volontario, tanto da programmare e agevolare l’espianto con rara tenacia, spinto dal senso di colpa per aver causato, con una distrazione al volante, la morte di sette persone, moglie inclusa.
Con tanta disperazione, chi avrebbe tanta lucidità? Gli Stati Uniti hanno una cultura molto meno emotiva e molto più decisionista della nostra: Beppe Grillo, cui capitò un’analoga sventura, s’è sentito in colpa, ma ha scelto un modo meno cruento per lui di risarcire l’umanità. Eppure Muccino è tanto bravo da calibrare il personaggio di Smith perché non sia un mostro o un fanatico.
S’è parlato tanto della prima scena di sesso nella carriera di Will Smith: ma la sua con Rosario Dawson (che è una donna) è una scena d’amore. Nei film si vedono sempre dei letti, ma quasi mai ci entra chi ama il partner. In Sette anime si ha invece questa sensazione. Così il pochissimo che si vede qui coinvolge più del molto che si vede altrove. Come si distingue un amplesso per amore da uno qualsiasi? Dalla preparazione, dal fatto che lui, ingegnere laureato al Mit di Boston, ripari - prima - una macchina da stampa del 1956 solo per far contenta lei. Una sceneggiatura e una regia con accortezze sono insolite.
E proprio l’amore avrebbe potuto orientare il finale di Sette anime verso i confortanti lidi dell’abbandono dell’impegno drammatico preso all’inizio. Si ricordi Profumo di donna di Dino Risi, dove la determinazione dell’ufficiale di Vittorio Gassman scemava fra le braccia di Agostina Belli. Ebbene, quella di Will Smith barcolla soltanto e non perché la Dawson sia meno affascinante. Anzi.
Quanto al titolo originale, le sette libbre alludono forse al peso delle anime che gravano sulla coscienza di Will Smith; quanto ai comprimari, Woody Harrelson ha pochi frammenti di film per sé, che in pellicola non pesano forse nemmeno sette libbre: ma restano in mente.