Donazioni, droghe e diamanti: così si finanziano gli hezbollah

Guido Mattioni

da Milano

Dallo scorso anno, in una cella del carcere di Dearborn, nel Michigan, a contare le ore c’è anche un certo Mahmoud Kourani. Sta scontando una condanna a 54 mesi, al termine della quale sarà rispedito nel suo Paese natale: il Libano. Entrato negli Usa dalla «porta di servizio», il confine colabrodo di 2.500 miglia con il Messico, Kourani non è stato però condannato per immigrazione clandestina come un qualsiasi chicano. Fratello di un generale del movimento libanese, Kourani era stato arrestato invece dai federali per raccolta di fondi, negli Stati Uniti, a favore del Partito di Dio.
Sì, è una verità che mette i brividi quella che emerge dalla ricostruzione della rete di finanziamenti del movimento. Perché oltre ai 120 milioni di dollari in arrivo ogni anno dall’Iran (il maggiore finanziatore del movimento), Hezbollah può contare su un’ulteriore cifra (uguale, se non superiore) che porta il totale delle entrate annue a 250 milioni. Si tratta di consistenti rivoli di denaro originati dai business più disparati, quasi tutti illegali, che prendono la via del Libano partendo un po’ dal tutto il mondo (Stati Uniti compresi), là dove sono presenti importanti comunità di libanesi espatriati.
Gente come Assad Ahmad Barakat, uomo-chiave dei finanziamenti dalla zona-chiave della cosiddetta«Triplice Frontiera» (quella al confine tra Paraguay, Argentina e Brasile), divenuta dagli anni Ottanta la sede della più grande colonia di popolazione araba di tutto il Sud America. Basti dire che soltanto nell’area della paraguaiana Ciudad del Este, la quasi totalità dei 20mila arabi residenti è musulmano libanese (uno ogni 30 abitanti), con almeno 7.500 individui impegnati in attività commerciali all’apparenza legali. Ma molte di quelle insegne, così innocue alla luce del sole, costituiscono in realtà altrettanti nodi di una rete invisibile costantemente gettata e ritirata da uomini come appunto Barakat. Si calcola che lui da solo, arrivato ragazzo in Paraguay nel 1985 insieme con suo padre (ex autista di un uomo politico di Beirut), dal ’95 a oggi abbia inviato a Hezbollah somme per 50 milioni di dollari.
Mazen Ali Saleh e Saleh Mahmoud Fayed, due collaboratori di Barakat (egli compare nella lista di terroristi stilata dall’amministrazione Bush) che si «nascondevano» dietro un innocente emporio di materiale elettronico, erano stati arrestati a Ciudad del Este nell’ottobre 2001, dopo gli attentati alle Torri Gemelle, in un momentaneo rigurgito di «diligenza» investigativa delle autorità del Paraguay, un Paese dipendente dagli aiuti americani, ma i cui controlli di polizia e di frontiera chiudono facilmente un occhio (o entrambi). E c’è chi ne approfitta.
Quel raid portò comunque alla luce documenti relativi a regolari invii di denaro (da 25mila a 50mila dollari per volta) a Hezbollah, oltre che materiale propagandistico per incoraggiare i giovani a unirsi al movimento libanese nella lotta contro Israele o a diventare «martiri suicidi». Tra le carte, anche una lettera firmata di suo pugno da Hassan Nasrallah, capo di Hezbollah, in cui ringraziava Barakat per i suoi generosi contributi alla causa.
E c’è altro. Come ogni organizzazione criminale, infatti, anche quella degli hezbollah si finanzia attraverso una rete diversificata di attività illecite, potendo contare non solo sulla capillare distribuzione dei libanesi in tutto il mondo, ma anche sulla loro naturale predisposizione al commercio: si va dal traffico di diamanti dal Sud Africa a quello di compact disc «taroccati» dal Sud America, dallo spaccio internazionale di droga (per il quale la rete ha tessuto rapporti con le maggiori organizzazioni criminali latino americane) a quello di farmaci «taroccati», Viagra compreso, dal commercio di griffe fasulle all’evasione fiscale.
A questo proposito, lo scorso mese di luglio, negli Stati Uniti, sono state condannate due persone, Imad Hamadeh di Dearborn Heights, Michigan (è lo Stato a più alta concentrazione araba negli Usa) e Theodore Schenk di Miami. Avevano organizzato un business per «spostare» enormi quantità di sigarette da Stati a bassa o zero tassazione sul fumo a Stati ad alta tassazione. Frodando così il fisco americano di 20 milioni di dollari. Di questi, hanno accertato gli inquirenti, una grossa fetta era finita al movimento Hezbollah.