«Doneddu, 007 da Peschiera a uomo libero»

Risponde al telefonino mentre sta passando in rassegna l’insalata nel suo orto. È uno dei più grandi investigatori italiani. Un carabiniere invidiato da tutto il mondo. Un «infiltrato» perfetto che farebbe la fortuna di qualsiasi giallista. Spedito a dar da bere alle sue piantine nella casa in Sardegna grazie all’acume di alcuni magistrati genovesi che gli hanno rovinato la vita e la carriera. Senza neppure chiedergli scusa. E ovviamente senza subire conseguenze.
Il libro «Il Cortocircuito» scritto da Ilaria Cavo per raccogliere le più clamorose ingiustizie della giustizia italiana lo presenta così: «Gian Mario Doneddu, sessant’anni, ex maresciallo dell’Arma dei carabinieri, è stato per anni un abile camaleonte; ha saputo infiltrarsi negli ambienti più difficili della criminalità – il terrorismo, il narcotraffico, la prostituzione – con l’innata capacità di entrare presto in sintonia con chiunque, di immedesimarsi in una parte, cambiando ruolo ed espressione con naturalezza, a seconda delle circostanze».
Ha ricevuto un encomio solenne dal generale Carlo Alberto dalla Chiesa, i complimenti dagli Stati Uniti con la consegna dell’«Ineoa Medal of Value» per la lotta al narcotraffico. Poi i massimi riconoscimenti per aver liberato Patrizia Tacchella, una bimba di 8 anni in mano ai rapitori, per aver smantellato cartelli internazionali di cocaina, scoperto traffici di armi, risolto indagini delicatissime. Per l’«Europeo» è stato uomo-copertina, anzi «il superagente italiano che sconfigge i mercanti di droga». Finché l’hanno arrestato e processato per 14 anni perché accusato di essere un criminale, il responsabile dei reati che stava perseguendo.
Assolto, ovviamente scagionato da una serie di accuse da far invidia ai grandi boss della mala. Ma distrutto, anzi, buttato via. Come sia successo tutto questo è presto detto. Ancora Ilaria Cavo lo riassume facilmente: «Tutto è iniziato nel 1996, quando O.A., un camionista, ex spacciatore specializzato nel traffico dell’eroina con la Turchia, ha deciso di collaborare con la magistratura sulla scia delle indagini già avviate sul colonnello Michele Riccio, di fare i nomi di altri agenti della sua squadra che lo avrebbero indotto ad acquistare e smerciare droga per incastrare spacciatori e ricevere encomi». La parola dello spacciatore vale più di quella del supercarabiniere. Che viene arrestato il 10 giugno 1997. Era in servizio all’ambasciata italiana in Kuwait, perché ormai il suo volto non era più spendibile in operazioni sotto copertura. «Gli amici mi invitavano a restare laggiù dove non c’è estradizione - ricorda Doneddu - invece ho risposto alla convocazione, sono tornato in Italia sapendo che mi avrebbero arrestato». Lui è tornato volontariamente in Italia pagandosi anche il biglietto aereo di tasca sua: secondo i giudici c’era «il pericolo di fuga». In cella resterà 5 giorni, altri 20 li farà agli arresti domiciliari. Poi il tribunale della libertà scriverà che «non solo non esistevano i presupposti per la custodia cautelare (il pericolo di fuga, di reiterazione del reato, di inquinamento delle prove); non sussistevano neppure i gravi indizi contro di lui, soprattutto in riferimento all’accusa fondamentale di associazione a delinquere».
Sarebbe già stato sufficiente così. Invece i pm sono andati avanti. Convinti che lui si sia fatto affidare dai trafficanti la gestione di una raffineria di coca a Tovo San Giacomo, nel savonese, facendo poi arrestare il boss colombiano e una quarantina di persone solo per ricevere encomi. Sicuri che avesse fatto finta di rischiare la pelle per arrivare al sequestro a Savona della nave Jenstar carica di armi solo per farsi dire bravo. Eppure il confidente aveva parlato «nel ’96, quando si era ritrovato un’altra volta in carcere», quando, spiegò agli stessi pm: «Dico, qua o dico tutto, oppure vado a farmi di nuovo dieci anni di galera». E ancora: «In carcere mi sentivo morire, alla mia età, ho cercato di dire quello che sapevo per poter non ottenere un beneficio... perché sì, poi l’ho ottenuto». Dopo un mese gli hanno dato la libertà provvisoria.
Insomma, motivi d’interesse per parlare a ruota libera ne aveva. E comunque, nel raccontare del colonnello Riccio e della sua squadra non citava mai Doneddu. Per la verità indicava anche un particolare diverso rispetto a quello riportato nell’atto di accusa al maresciallo. Particolari che l’imputato stesso è riuscito a indicare solo dopo mesi di inutili richieste di accesso agli atti: le registrazioni degli interrogatori non gli venivano mai concesse. Quando era quasi finita la requisitoria del suo avvocato Fabio Maggiorelli (che lo aveva addirittura ospitato in casa quando aveva perso tutto e tutti) Doneddu ha scoperto che il pentito indicava genericamente «14 o 15 persone» e sosteneva che la droga arrivasse dalla Turchia (anziché da Roma). La sentenza di primo grado, nel 2007 cioè 10 anni dopo che il maresciallo era stato ormai distrutto, ha prosciolto Doneddu senza neppure la necessità di usare questi «dettagli» clamorosamente, troppo clamorosamente sbagliati: «L’assunto accusatorio - hanno scritto i giudici - parte da mere considerazioni che non trovano fondamento sostanziale neppure nelle dichiarazioni dello stesso accusatore». «Da quando abbiamo trovato questo palese errore nella trascrizione non abbiamo più creduto alla svista casuale», ha confermato l’avvocato.
Sarebbe bastato questo per chiedere scusa a Doneddu. Ma la procura ha preferito fare appello. Non per chiedere la condanna del maresciallo, ma per correggere il motivo dell’assoluzione: da formula piena (non aver commesso il fatto o insussistenza del reato) a prescrizione. Per confermare cioè l’assoluzione, ma per lasciare il dubbio che fosse comunque un delinquente. Il marchio infamante con cui i pm speravano di nascondere il crollo delle loro teorie è poi crollato definitivamente nel luglio 2009, con la sentenza di secondo grado: «Solo una lettura in chiave volutamente e decisamente accusatoria, quale quella effettuata dal pm, può portare ad una ricostruzione della vicenda nei termini proposti dall’Accusa, pur a fronte di risultanze assolutamente non univoche», scrivono i giudici della Corte d’Appello di Genova.
A Gian Mario Doneddu restano tante ferite. Di quelle che neppure la speranza di ottenere giustizia contro l’ingiustizia di alcuni magistrati potrà mai cancellare. Mentre altri magistrati che oggi magari si dicono felici per lui, protagonista involontario del «Cortocircuito», allora, potendolo fare, non hanno mai preso le distanze da quei pm e anzi concedevano loro l’egida di tutta la procura. «Mio padre è morto nel 2000, quando il processo era appena iniziato - ricorda il maresciallo in pensione - Non aveva bisogno di sentenze per sapermi innocente, ma non ha neppure avuto quella soddisfazione. Mia figlia che oggi ha sette anni mi chiede perché non torno a fare il carabiniere e non lavoro come gli altri papà. E dopo il titolo “007, dal Kuwait al carcere di Peschiera” non ho mai letto su nessun giornale “007, da Peschiera a uomo libero”. Non lo ha mai fatto nessuno». Se non è tardi, glielo facciamo noi. Volentieri.