Donghi, dipingere l’immobilità

Ritratti di giocolieri, attrici e giovani coppie si alternano a paesaggi dalle forti suggestioni poetiche

Linguaggio raffinato ma efficace, atmosfere sospese, scene pacate ma cariche di intense emozioni. Poche parole per riassumere il lavoro di Antonio Donghi, artista protagonista della scena italiana della fine degli anni Venti. Esponente di spicco del «realismo magico», Donghi fissa nei suoi quadri rarefatti momenti, attimi di vita, coniugati con silenziosi paesaggi.
Al Complesso del Vittoriano una mostra ne celebra i fasti, attraverso una accurata selezione di oltre ottanta opere, tra olii, pastelli, disegni. Tutto il percorso artistico di Donghi viene riproposto in questa retrospettiva, che viene realizzata dopo oltre quattordici anni dall’ultima proposta a Spoleto e a Roma. La maggior parte dei quadri esposti proviene dalla collezione di proprietà della Banca di Roma, che ne è il più importante collezionista, con un corpus di opere di 22 olii, quattro disegni e due pastelli. Oltre a diversi paesaggi, e a svariati ritratti di donne, l’esposizione sembra raccontare l’amore dell’artista per la sua città di origine, Roma appunto, grazie ad una serie di lavori che ne sottolineano particolari scorci. Ci sono il Ponte Cestio, via del Lavatore, la basilica di Massenzio, tanto per citare alcuni lavori. Scene ferme, di luoghi probabilmente molto amati da Donghi e che grazie a lui rimangono fissati nella memoria del passato, e che ne ricordano allo spettatore la perenne presenza.
Apparentemente la sua pittura può sembrare banale, perché priva di eccessi, e realizzata con una tecnica usuale, ma in realtà in questi lavori il concetto di banalità assurge invece ad elemento positivo, che non distrae il fruitore con mezzi scenici particolari, e che invece gli permette di soffermarsi sulla percezione, assai rara, di queste atmosfere.
Già nel ’40 Luigi Bartolini raccontava le capacità del realismo di Donghi asserendo proprio che «il suo realismo è il vertice del realismo e vince ogni macchina fotografica. Donghi è il pittore della immobilità».
Come per diversi artisti del panorama italiano, anche Donghi per molto tempo è stato sottovalutato dalla critica italiana, e invece amato e rispettato all’estero, dove già era stato protagonista in vita, con esposizioni a New York, a Washington, a Parigi, e poi ancora in Svizzera e in Germania. Le opere in mostra ne raccontano le fila della sua vita, attraverso il suo mondo, che era pieno di figure particolari come giocolieri, cantanti, attricette, e poi cacciatori, giovani amanti, fanciulli, pescatori. Tutti racchiusi in un mondo che sembra essere lì solo per raccontare di loro, senza i quali non avrebbe senso di esistere. Informazioni utili: Antonio Donghi 1897-1963 Complesso del Vittoriano. Via San Pietro in Carcere Fino al 18 marzo.