Dongo. Quell’oro svanito nel nulla

Cosa cercava l’avvocato che faceva la spola fra le Botteghe Oscure e la Svizzera? Il mistero della scomparsa del tesoro della Repubblica sociale italiana non è mai stato svelato. E chi sapeva è stato ucciso

Immaginate sei valigie di cuoio di grosse dimensioni. Immaginatele piene di anelli, collane, bracciali d’oro. Immaginatele stipate di denaro: sterline, franchi svizzeri, franchi francesi, pesetas spagnole. È venerdì 27 aprile 1945 e queste sei valigie viaggiano su un’Alfa Romeo rossa lungo la strada occidentale del lago di Como. Alla guida c’è il segretario di Mussolini, Luigi Gatti. Al suo fianco siede il suo assistente, Mario Nudi.
Luigi Gatti è l’uomo che sta trasportando quello che passerà alla storia come «Il tesoro di Dongo». Da quel lontano 1945, il «tesoro di Dongo» ha rappresentato per il Partito comunista italiano una specie di inviolabile tabù. Ancora oggi, solo a sentir pronunciare il nome del piccolo paese sul lago di Como, brividi di inquietudine corrono lungo la schiena dei dirigenti comunisti di una certa età. Sanno che la storia si può manipolare ma anche che qualche volta la storia presenta il conto. E tra tutti i conti che il Partito comunista italiano dovrà prima o poi essere chiamato a pagare, quello di Dongo sicuramente preferirebbe evitarlo.
Torniamo allora a quel venerdì 27 aprile 1945, quando la colonna Mussolini viene fermata da un pugno di partigiani sulla strada tra Musso e Dongo. La colonna tedesca di Fallmeyer che scorta i fascisti è composta da 200 uomini, 10 camion, cannoncini antiaerei, mitra, mitragliatrici, bombe a mano, munizioni in abbondanza. Eppure si blocca davanti a un semplice tronco d’albero posto di traverso e si arrende. Mussolini viene scoperto. I fascisti vengono fatti prigionieri, mentre i tedeschi proseguono verso la Svizzera. I più furbi tra i partigiani, intanto, cominciano a razziare le auto della colonna rimaste incustodite. Ad un certo punto, davanti ai loro occhi allibiti, saltano fuori le sei famose valigie. Per evitare un saccheggio di più ampie proporzioni, il capo di stato maggiore della 52ª Brigata Garibaldi, capitano «Neri» ordina di portarle nel municipio di Dongo, dove la partigiana Giuseppina Tuissi, nome di battaglia «Gianna», fa l’inventario di tutto quel ben di Dio. La «Gianna» è anche la donna del capitano «Neri».

Sulla destinazione da dare al tesoro scoppia ben presto una lite furibonda. Il segretario del Partito comunista clandestino di Como, Dante Gorreri, sostiene che quei beni appartengono al Partito comunista. Il capitano «Neri» sostiene invece che quei beni appartengono allo Stato italiano e che pertanto vanno riconsegnati alla Banca d’Italia. Nel tardo pomeriggio del 28 aprile il tesoro viene trasportato nella villa delle sorelle Teresa e Luisa Venini, a Dòmaso. All’alba del 29, poco dopo le quattro, un gruppo di partigiani bussa alla porta della villa. Hanno in mano un foglio con il timbro del Partito comunista di Como. Caricano tutto su un’auto e spariscono. Dove è finito il «tesoro di Dongo»? Il 17 gennaio 1949, la rivista americana Life pubblica un’inchiesta del giornalista John Kobler dal titolo: «The great Dongo’s robbery». Kobler è uno che di tesori e manipolazioni se ne intende: ha fatto parte infatti del’Oss, il servizio segreto statunitense durante la campagna d’Italia. La sua tesi è che il tesoro sia finito nelle casse del Pci e utilizzato per sostenere le due campagne elettorali del 1946 e del 1948, per acquistare il palazzo di via delle Botteghe Oscure e per finanziare le forze militari clandestine e l’apparato di sezioni e cellule in tutta Italia.
Anni dopo Massimo Caprara, segretario di Palmiro Togliatti, testimonierà che quei beni razziati sulla strada tra Musso e Dongo sono finiti nelle casse del Partito comunista. Da dove poi un esperto avvocato provvide a riciclare tutto in Svizzera. Lo stesso avvocato che, ogni quindici giorni, si recava a Roma, a Botteghe Oscure. «Si fermava a chiacchierare con me in attesa che Togliatti fosse libero», ricorda Caprara. «A ogni visita compiva una singolare triangolazione che non poteva non incuriosirmi: dopo essere stato da noi al secondo piano, saliva al terzo dall’amministrazione e poi al quarto da Pietro Secchia. Fu quello stesso avvocato un giorno, a pranzo, a spiegarmi l’arcano: lui si stava occupando di riciclare il bottino di Dongo, trasformandolo in depositi e titoli presso alcune banche svizzere, poi riutilizzabili in Italia».

Il «tesoro di Dongo» presenta somiglianze agghiaccianti col «Memoriale Moro». Chiunque ci si avvicini, paga con la vita. Luigi Canali, il capitano «Neri», scompare l’8 maggio 1945. Il suo cadavere non verrà mai più ritrovato. Il 23 giugno 1945, mentre cerca disperatamente notizie del suo uomo, scompare Giuseppina Tuissi. Alle dieci di sera, due fidanzati vedono una moto rossa con due uomini e una donna fermarsi al Pizzo di Cernobbio e scendere verso il lago. Poi sentono un urlo e uno sparo. La moto riparte. Sul posto verrà trovato un giornale sporco di sangue e budella umane. «Gianna» è stata sventrata e gettata nel lago. Il 4 luglio, tra Acquasena e Santa Maria Rezzonico, riaffiora il cadavere di Anna Bianchi, amica della «Gianna» e sua confidente, colpita con due pallottole alla nuca e gettata ancora viva nel lago. Il 6 luglio scompare Michele Bianchi, il padre di Anna. Il cadavere riaffiora il 12 luglio con due pallottole alla nuca. Il 26 ottobre 1945 viene pugnalato a morte in una strada alla periferia di Como Gaetano Melker, cittadino svizzero. È lui che ha trasportato il tesoro di Dongo dalla federazione del Partito comunista di Como alla federazione del Pci di Milano. Inutile sottolineare che Luigi Gatti, l’uomo che guidava l’Alfa Romeo rossa e Mario Nudi, l’uomo che sedeva al suo fianco furono tra i quindici fucilati a Dongo.

*Renzo Martinelli, regista. La vicenda dell’oro di Dongo farà parte di un suo prossimo soggetto cinematografico

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