La donna che ha riportato Minnie e Topolino in America

Da dieci anni dirige la rivista italiana dedicata agli eroi Disney. E negli Stati Uniti ha resuscitato i fumetti uccisi dal digitale

A cinque anni Valentina De Poli ha imparato a leggere sfogliando le pagine di Topolino. Qualche decennio dopo è ancora alla prese con il roditore più famoso del mondo: dal 2007 è direttore della rivista che porta il nome del personaggio inventato da Walt Disney. Per molti non si tratta solo di un giornale ma di una specie di patrimonio culturale collettivo; nel tempo, tra l'altro, è diventato anche un pezzo di made in Italy che esporta le sue creazioni nel mondo.

«Oggi in Europa siamo rimasti in due a produrre storie originali», racconta Valentina De Poli. «Ci siamo noi e i danesi di Egmont. Loro hanno un'impostazione più tradizionale, Topolino, per dirne una, ha ancora i pantaloni corti, e presidiano i mercati dell'Europa settentrionale. Noi da un anno o poco più siamo sbarcati in Nord America. Una casa editrice, Joe Books, pubblica le storie pensate e disegnate a Milano anche in Canada e Stati Uniti. Negli Usa da quando non c'erano più le strip sui quotidiani la tradizione del fumetto di Mickey Mouse si era persa, noi stiamo contribuendo a ricrearla». Non è l'unica particolarità del Topolino italiano: il giornale è rimasto il solo, insieme al francese Le Journal de Mickey ad uscire con cadenza settimanale. «È stata ed è ancora la nostra forza. Ci consente di mantenere saldo e continuo il rapporto con il lettore. Se fossimo stati un mensile non so se saremmo ancora sul mercato».

Anche per Topolino il grande avversario è la digitalizzazione del consumo culturale, il proliferare di canali televisivi, l'onnipresenza di telefonini e tablet che competono per conquistare l'attenzione di quello che una volta era il lettore e oggi è spesso solo uno spettatore. All'inizio degli anni Novanta il giornale arrivò a toccare il milione di copie, oggi siamo intorno a 130/140mila. «Entriamo nelle famiglie e le ricerche ci attribuiscono ogni settimana quasi ottocentomila lettori. Il bello è che i due terzi sono adulti», racconta il direttore. Senza dubbio adulti sono gli appassionati che alimentano siti come Papersera.net, dove ogni singola storia pubblicata sulla rivista viene commentata, contestualizzata e vivisezionata come se si trattasse di un testo sacro.

«Tra gli appassionati continuo ad esserci anch'io», racconta il direttore. «A scrivere per Topolino ho iniziato a 20 anni, quando ero all'università. Allora rispondevo alle lettere dei bambini. Poi, solo per qualche anno, ho tradito, sono andata a lavorare in Gruner und Jahr a occuparmi tra l'altro di giornali femminili. Alla fine sono tornata». Come direttore la De Poli ha guidato l'ultima svolta societaria, il trasferimento nel 2013 dalla Walt Disney alla Panini, la casa editrice delle figurine, che ha acquisito la licenza per la penisola. Per una grande multinazionale il business dei fumetti era diventato di fatto irrilevante, mentre il gruppo italiano pubblicava già le storie dei supereroi della Marvel e le strisce di Planet Manga. A sancire il passaggio fu una copertina in cui Topolino si esibiva in una rovesciata come quella che da sempre compare sugli album Panini dei calciatori.

Poche settimane fa la De Poli ha presentato un restyling della rivista, il primo dal 2011, quando Topolino italiano era ancora in pancia alla casa madre americana. Tra le novità un carattere tipografico inedito, EasyReading, studiato per i ragazzi con problemi di dislessia; un rapporto più stretto con le scuole; una accentuazione degli aspetti più legati all'attualità. «I ragazzi hanno perso il concetto di giornale periodico, nei focus group che abbiamo organizzato e che erano concentrati sulla fascia d'età tra gli 8 e gli 11 anni, in molti trattavano la rivista come un libro, si meravigliavano che in fondo ci fosse una pubblicità e non la quarta di copertina con il tradizionale risvolto-riassunto. Per questo abbiamo inserito una sezione che si chiama Topoweek, con gli appuntamenti della settimana».

Quanto al futuro la De Poli è ottimista. «Intanto i ragazzi hanno riscoperto l'edicola, anche e soprattutto grazie a prodotti che con l'editoria c'entrano poco o nulla come gli spinner, lo slime o le nuove Adrenalyn card (tutti giochi apprezzatissimi dai più piccoli; ndr). E poi c'è un fattore fondamentale: quella che non è nemmeno più generazione digitale ma è ormai la generazione «mobile», vive sul concetto del tutto subito, dell'impazienza e in qualche misura della passività. Ma quando riesci a conquistarla, ti segue veramente e hai la sensazione di fare qualche cosa che non si disperde. Per noi, per esempio, è stato un successo l'idea del giornale come esperienza, dei Toporeporter che partecipano e raccontano una storia».

Una delle principali caratteristiche di Topolino in versione italiana resta, però, quella di prendere i personaggi dell'attualità e trasformarli in fumetto. È questa una delle specialità del pugno di persone (una ventina sono quelle in redazione, circa 70/80 gli sceneggiatori e i disegnatori esterni) che ogni anno realizzano le 7mila tavole originali su cui si basa la rivista.

Nelle prossime settimane uno dei protagonisti del giornale sarà il ballerino Roberto Bolle, destinato a trasformarsi in Bolleduck. Nel passato più recente è toccato allo chef Antonino Cannavacciuolo (Paperacciuolo), alla paratleta Bebe Vio (Bebe Pio) e al centravanti dell'Inter Mauro Icardi (Icarduck).

«La formula per noi ha sempre funzionato. Un'accoppiata vincente è stata quella con Francesco Totti. Nel 2008 divenne Papertotti e il successo fu tale che il calciatore della Roma fu protagonista di copertina in altre due occasioni. In una storia giocava in una squadra giovanile con «Ringhio» Gattuso, che sulle nostre pagine si trasformò in Gattoso. Un altro successo fu la storia dedicata a Vasco Rossi, ribattezzato Comandante Brasco. Allora, a spingere le vendite furono esclusivamente gli adulti, i fan di Vasco». Da questo punto di vista non portare più il mantello di una multinazionale ha qualche indubbio vantaggio: «Lei immagini la difficoltà: far capire al nostro referente americano, preoccupato del rispetto di un marchio e delle figure storiche della rivista, l'esigenza di contaminarsi e di aprirsi a figure che lui nemmeno conosce».