È donna e anche italiana L'anima di Dior sfodera il suo fioretto

Maria Grazia Chiuri la prima signora che disegna la linea della maison. E si ispira alla scherma

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Parigi «Una gloria nazionale» dice Carla Bruni di Maria Grazia Chiuri, prima donna e pure italiana nominata direttore creativo della maison Dior da 70 anni tra le glorie di Francia. «C'est magnifique» esclama Alber Elbaz sinceramente contento della gigantesca opportunità offerta alla collega anche se lui da quasi un anno è senza lavoro. Gli altri vip sono irraggiungibili, una siepe di bodyguard c'impedisce di avvicinare Pierre Cardin, 94 anni, una carriera cominciata nel 1946 proprio chez Dior.

Accanto a lui c'è Bernard Arnault, l'uomo più ricco di Francia, fondatore e azionista di riferimento del Gruppo LVMH (Louis Vuitton Moet Hennessy) oltre che proprietario del brand. Dopo di lui un diluvio di celebrità tra cui Rihanna, Marion Cotillard, Natalie Portman, Bianca Jagger, Diane Kruger e Kate Moss. Da qualche parte in sala c'é anche Bebe Vio, medaglia d'oro nel fioretto individuale ai recenti giochi paralimpici di Rio. 19 anni, braccia e gambe amputate per fermare una gravissima forma di menengite, l'atleta rappresenta tutto quel che la designer romana vuol trasmettere con questa collezione: la forza e il coraggio femminile, uno sguardo femminista sulla vita, le sue occasioni e la bellezza in generale.

«La scherma come metafora» spiega quindi Maria Grazia nel backstage raccontando che l'uniforme delle schermitrici è identica a quella degli schermidori: cambia solo la dislocazione delle strutture protettive. Da qui l'idea di trasformare il classico giustacuore bianco in un'evoluzione del corsetto, gli inconfondibili pantaloni aderenti come polpe settecentesche in mutanti di moda tra biker, leggings e chissachè. Non manca un'analisi incredibilmente brillante sulle potenzialità del marchio che ha un vero e proprio impero dei segni ancora da sfruttare. Chiuri parte dalle superstizioni di Monsieur Christian perennemente circondato da cartomanti e portafortuna: la stella bucata che gli fece scegliere come sede Avenue Montaigne, le carte dei tarocchi che trovava dovunque, i quadrifogli. Ricamati sul tulle illusione, disseminati nel pizzo, ingigantiti o miniaturizzati sui pullover di cashmere, i vari segni per ora non fanno tanto Dior ma ricordando parecchio certe recenti collezioni di Valentino. D'altro canto le ha disegnate lei con Pier Paolo Piccioli, l'amico con cui ha lavorato per 26 anni rilanciando negli ultimi otto lo storico marchio italiano. «Prima correvamo in due adesso ognuno corre per sè» taglia corto lei facendoci piuttosto notare i mille dettagli su cui si è concentrata. C'è il tessuto Oblique con il logo ovoidale dei tempi di Marc Bohan rieditato per una deliziosa borsina a bandoliera da carabiniere. «Sono e resto italiana» esclama senza preoccuparsi del noto sciovinismo francese. Ecco quindi i calembour degni di D'Agostiono: «J'ADIOR» scritto sul nastro delle scarpette a punta in omaggio al mantra che fu di John Galliano: «J'Adore Dior».

I pezzi più sensazionali sono la mitica giacca Bar senza imbottiture ma con l'inconfondibile ampiezza sui fianchi data da un geniale gioco di alta sartoria all'altezza delle tasche, una redingote senza maniche blu mutuata dal giustacuore e la riedizione in corto dell'abito Roma del 1956. Debutto molto meno riuscito da Lanvin dove Buchra Jarrar prende il posto di Elbaz e pretende di farci credere che un tailleur pantaloni in salsa etnica possa sostituire la cocotterie intelligente dei tubini monospalla dell'adorabile stilista nato a Casablanca e cresciuto in Israele. Di ottimo livello, invece, la collezione Chloè pure disegnata da una donna, l'inglese Claire Waight Keller. Da Loewe prende sempre più corpo la voce dell'imminente trasferimento del designer Jonathan Anderson nell'ufficio stile di Vuitton al posto di Ghesquière. Sarebbe un'ottima scelta perché il designer è uno che sa far spettacolo con i vestiti, le borse e gli accessori, anche senza show miliardari.