Una donna fragile che ha rivoluzionato la danza moderna

L’inverno brumoso dell'81 ci portò la notizia che a Parma era arrivata Pina Bausch. Un nome mitico, un'artista che non conoscevamo. Il titolo del Teatro Due era Café Müller, uno stück, un «pezzo» (così ha sempre chiamato le sue creazioni) che sarebbe diventato il suo biglietto da visita. Il leitmotiv era la selva di gambe delle sedie sparpagliate sulla scena. Le stesse sedie del ristorante che il padre gestiva a Solingen, lo stesso dove Pina trascorreva ore accovacciata sotto i tavoli osservando gambe di cose e persone. I grandi piedi maschili, i torturanti tacchi a spillo delle loro dame.
Nella vita di Philippine Bausch detta Pina, nata a Solingen nel 1940 e morta ieri, a cinque giorni dalla diagnosi di un male crudele, il tumore, e due dalla sua ultima prova su un palcoscenico, tutto è impossibile, tutto è rimpianto, tutto è accusa sociale. Forse qualche momento di gioia c'è stato e la danzatrice-coreografa-regista non l'ha mai raccontato. Ma ad un certo punto si è vista vagare per la calli di Venezia con un bambino. Café Müller è l'inizio di una parabola inarrestabile che porta a scandagliare anime, città, psicologie. Mentre il lessico del suo teatrodanza si codifica e diventa immediatamente riconoscibile. Pina Bausch non è femminista, né politicizzata, né nihilista. È solo una che osserva e racconta. Allieva, nel sacrario della Folkwang Hochschule di Essen, di Kurt Jooss, quindi, sui primi dei Settanta, fondatrice del Tanztheater Wuppertal, nella Ruhr, e madre del teatrodanza europeo, Pina Bausch odiava le etichette. Tanto che, ad onta di ogni evidenza, non s'è mai dichiarata una post-espressionista. La sua unicità, diceva, era lei, il suo rapporto con la platea. Non certo la parentela, che pure ammetteva, con la cinematografia di Wenders o Fassbinder, con il pensiero di Jooss, dei maestri americani padri del modern, di Wilson, della danza accademica. Certo, erano tutti nella sua poetica, ma lei era solo lei. È vero. Da più di trent'anni il mondo intero, e segnatamente l'Europa, cammina nei solchi lasciati dalla sua musa: nessuno tuttavia che regga il paragone. Solo lei poteva avere l'idea di collocare un mandorlo in fiore sul palcoscenico di Palermo prima chiuso dall'incomunicabilità di un muro che crolla. Oppure, a Roma, mettere in scena gli scavi di Viktor.
I suoi tic, le sue ansie, le sue sconfitte, le sue attese. Soprattutto l'assenza d'amore. Uno dei suoi Stücke è stato anche alla Scala. Kotakthof, e su quel palcoscenico trasformato in un balera d'antan gli uomini impomatati e donne levate sui soliti tacchi (quelli dei tavoli di Solingen) avevano finito con una risata di sconfitta e di noia. La crisi di valori indotta dal miracolo economico e dal suo dopo. Le sue donne erano sempre in sottoveste, i suoi uomini in mutande. Rossi come Dominique Mercy, grossi come Jan Minarik, occhialuti come Jean Sasportes. Tutte figure chiave, archetipi di varia umanità. In Italia Pina è stato ospite un po' ovunque, soprattutto a Venezia, Rovereto, Palermo. Con il suo seguito di piedi che entrano e escono dalla tortura dei tacchi a spillo, di guêpière che stringono. La Bausch che tutti hanno amato come specchio delle loro realtà inconfessate, è stata anche regista, teatrale e cinematografica. Attrice per Fellini (E la nave va). Adesso, volata via all'improvviso, sarà certamente su qualche altro palcoscenico per far meditare Iddio su un teatro che porta a Grosz e Schiele, alla crudeltà, all'assurdo, a Kantor. E Lui la perdonerà per averlo sfidato.