La donna, l’allegoria e l’inconscio

La poetica di questa corrente è tutta nel motto: «rendere visibile l’invisibile»

«Rendere visibile l’invisibile, ecco il vero scopo dell’arte e la sua unica ragion d’essere», così Joséphin Péladan, critico e teosofo, sintetizza nel 1888 lo spirito simbolista, in una fase aurorale di teorizzazione del movimento. Scaturito, con la gradualità di ogni fenomeno culturale complesso, dalla reazione all’arte accademica, al naturalismo e al materialismo positivista, il Simbolismo è un’attitudine del pensiero condivisa da artisti e intellettuali di tutta Europa dagli anni Sessanta dell’Ottocento fino alla vigilia della prima guerra mondiale. Dal Palazzo dei Diamanti di Ferrara, dove ha riscosso grande successo, arriva a Roma la mostra sui protagonisti della pittura e della scultura simbolista, nata dalla collaborazione tra Ferrara Arte e la Galleria nazionale d’arte moderna e contemporanea, che la ospita fino al 16 settembre, arricchendola di una esposizione di grafica scelta nella propria collezione. L’interesse crescente per una conoscenza profonda della realtà esterna ed interiore induce gli artisti, e prima ancora i letterati e i poeti, a cercare di rappresentare, oltre l’apparenza immediatamente visibile, quei nessi tra i fenomeni nei quali soltanto sembra celarsi la verità, come già ipotizzato nel 1819 da Schopenauer nel suo Il mondo come volontà e rappresentazione.
Intrecciata alla filosofia e alla letteratura, con non pochi punti di contatto con la nascente psicanalisi, l’arte simbolista attinge a piene mani al repertorio mitologico (come fa anche Sigmund Freud per una delle sue teorie più longeve, quella del complesso di Edipo) e ricorre volentieri all’allegoria, al sogno, ai personaggi letterari. Ecco allora una moltitudine di principesse addormentate, di Salomè, di figure in cui si incarna il peccato, la vanità, la maternità, dentro paesaggi dai colori innaturali, scandire il percorso che i curatori hanno tracciato per rendere comprensibile un movimento tanto sfaccettato. La prima sezione è dedicata ai precursori degli anni Sessanta, che inaugurano la poetica del simbolo e dell’immagine misteriosa; segue Odilon Redon, il pittore dell’inconscio, il quale congiunge quel prologo agli sviluppi futuri, rappresentati, tra gli altri, da Gauguin e Denis, Klinger, Munch, Beardsley. Una sezione italiana accoglie le opere di Previati, Segantini, Pellizza, mentre la conclusione è affidata alla rigenerazione klimtiana con Le Tre età della donna. Un possibile filo da seguire nel labirinto delle opere, selezione da un bacino che comprende centinaia di nomi, è la trasformazione della figura femminile: dalla drammatica Cleopatra di Böcklin, alla femme fatale, seducente e mortifera, di Moreau, alla fanciulla fiorita di Hodler, simbolo del giorno che si dispiega.