È una donna il nuovo presidente del Cile

Alberto Pasolini Zanelli

È entrata nel seggio dalla fila «segregata». Ne è uscita presidente di tutti. È un piccolo dettaglio della storia che ha portato Michelle Bachelet alla Moneda di Santiago. Ci è arrivata quasi di misura: 53,5% contro il 46,5. Due mesi fa avrebbe ottenuto, forse, una maggioranza più ampia. Un anno fa la sua candidatura era impensabile. Quando il Partito socialista cileno ha proposto (o imposto) Michelle ai suoi alleati minori della Concertazione (l’alleanza di centrosinistra che da 16 anni governa il Paese) qualcuno ha arricciato il naso. I comunisti, ad esempio, hanno preferito presentare un candidato proprio. Per questo la Bachelet si è fermata, al primo turno, al 46 per cento, un punto di meno della somma dei suffragi dei due candidati di centrodestra, Joaquin Lavin, ex sindaco di Santiago e fino all’altroieri custode dell’eredità di Pinochet, e l’uomo nuovo, l’imprenditore Sebastian Pinera. A conferma del declino di popolarità dell’ex dittatore, è stato quest’ultimo a prevalere, completando così il campo per il ballottaggio.
Due personalità molto differenti e due strategie opposte. La Bachelet socialdemocratica moderata e pragmatica soprattutto nelle questioni economiche, ha accentuato, rispetto al predecessore Lagos, gli aspetti «liberal» della sinistra cilena, particolarmente nel campo istituzionale e morale. Donna dalla vita tormentata, mai sposata ma con tre figli di differenti partner, agnostica dichiarata in materia di religione, ha costituito una sfida «femminista» e molto laica in un Paese permeato da una tradizione cattolica che fino all’anno scorso non permetteva il divorzio, in cui tuttora vige il divieto dell’aborto e delle unioni fra omosessuali, e che si esprime anche attraverso l’istituzione dei seggi separati per gli elettori: quelli per gli uomini alternati a quelli per le donne. Su questo si è buttato il suo competitore, che, ripudiato solennemente Pinochet, ha cercato di darsi un’immagine tale da attrarre elettori cattolici, possibilmente anche quelli di centrosinistra.
La campagna elettorale si è surriscaldata su questi temi, al punto che un sostenitore di Pinera è arrivato a definire la Bachelet «figlia del diavolo», mentre gli oratori di sinistra hanno scagliato sul candidato moderato le solite accuse di corruzione, mentre il presidente uscente Lagos ha messo da parte il galateo dell’imparzialità richiesta dalla sua carica per lanciarsi nella campagna elettorale in favore della sua collega di partito. Entrambi hanno cercato insomma di «fare il pieno» e sostanzialmente ci sono riusciti: la Bachelet ha ricevuto il sostegno, determinante, dei comunisti e su Pinera si sono trasferiti tutti i suffragi che al primo turno erano andati a Lavin.
Il risultato era sostanzialmente atteso, ma ci si chiede se debba essere interpretato nel segno della continuità o in quello del «rinnovamento». Non c’è niente di meno inedito di una vittoria dei socialisti in Cile, dove essi governano ininterrottamente da 15 anni e si sono garantiti così di arrivare fino a 20. A chi si interroga soprattutto sulla personalità della Bachelet si può forse rispondere con una definizione più che con una previsione: Michelle uguale Tony più José Luis. Vale a dire Blair più Zapatero. Un «montaggio» un po' azzardato ma con delle basi nella realtà politica cilena. La sinistra al potere (inclusa la Bachelet, che è ministro della Difesa) è infatti stata in tutti questi anni moderata e pragmatica. Aveva e ha di fronte l’eredità complicata della dittatura, che include sì le repressioni di cui molti socialisti sono stati vittime (incluso il padre della Bachelet, un generale dissidente morto in carcere), ma anche un complesso di riforme economiche che hanno messo il Cile nettamente all’avanguardia in tutta l’America Latina e che i governi socialisti si sono ben guardati dal cancellare, preferendo costruire ulteriormente su quelle basi.
Hanno dunque chiuso nel cassetto i sogni, gli errori e la tragedia di Salvador Allende e tenuto gli occhi bene aperti sulla realtà e sulla modernità. Si sono comportati cioè come Tony Blair ha fatto nei confronti della «rivoluzione» liberista di Margaret Thatcher, certamente democratica ma portata avanti con intransigenza, sormontando senza compromessi la dura opposizione del Labour Party. Questo è Blair. Zapatero è nell’accento della Bachelet su riforme (ancora da fare) che riguardano un’altra «liberalizzazione», nella sfera della morale pubblica. Questo il vero fattore di potenziale discontinuità della gestione della Bachelet. Che non è, come alcuni hanno detto, la prima donna presidente in Sud America (lo fu Isabelita Perón, ma non era stata eletta), ma la prima che potrebbe provocare un Kulturkampf in salsa cilena.