Donna sgozzata, processo da rifare

da Firenze

Il processo a Daniela Cecchin, l'impiegata comunale di 50 anni accusata tre anni fa di aver sgozzato in un appartamento del centro di Firenze la moglie di un suo ex compagno di università, è da rifare. Lo ha deciso la Corte di cassazione che con una sentenza clamorosa ieri sera ha annullato con rinvio il processo della Corte d'assise d'appello di Firenze che aveva condannato la Cecchin a 30 anni di reclusione. «Aspettiamo adesso le motivazioni», dicono gli avvocati di parte civile Antonio Voce, Gabriele Zanobini e Leonardo Boria e gli avvocati difensori dell'imputata, Lorenzo Zilletti e Federico Bagattini. Per i giudici fiorentini di secondo grado Daniela Cecchin, la mattina dell'8 novembre 2003, quando uccise Rossana D'Aniello, era pienamente capace di intendere e volere. Una perizia disposta dalla Corte (la terza dall'inizio delle indagini) aveva invece stabilito che la donna era seminferma di mente, affetta da un grave disturbo della personalità paranoide. La conferma della condanna a 30 anni di reclusione, inflitta con rito abbreviato dal gup nel dicembre 2004, era stata chiesta dal procuratore generale Gaetano Ruello secondo il quale il disturbo di personalità di cui soffre Daniela Cecchin aveva influito sulla sua vita di relazione ma non sulla sua capacità di intendere e di volere quando commise il delitto. Il pg aveva rimarcato la lucidità dimostrata dall'impiegata che si era messa anche i guanti per non lasciare tracce quando uccise Rossana D'Aniello, moglie di un suo vecchio compagno di università, perché - disse lei stessa agli investigatori - era invidiosa della sua felicità.