Una donna troppo «Mite» anche per l'amore

Massimiliano Parente

«Quale diritto aveva la natura di farmi venire al mondo seguendo chissà quali leggi eterne? E siccome non posso annientare la natura, io anniento me stesso, unicamente perché sono stanco di sopportare una tirannia di cui non esiste il colpevole» scrisse Dostoevskij nel racconto La sentenza, che è solo uno dei tanti casi in cui il grande scrittore russo tratta il tema del suicidio.

E poi c'è il suicidio del racconto La mite (edito da Adelphi). Dove però il vero protagonista è uno strozzino del banco dei pegni che ha preso in sposa una ragazza di sedici anni per sottometterla, per possederla, per dare un senso alla propria vita, e infine per innamorarsene di un amore che resterà solo suo, perché «la mite» se ne distaccherà sempre di più, in un silenzio impenetrabile, fino al gesto estremo. Dostoevskij, come ricorda la traduttrice del testo Serena Vitale, non fornisce spiegazioni, perché deve essere un racconto «senza psicologia». Di certo c'è un dramma interiore, che resta silente, inesprimibile, perfino quando a reggere la narrazione è un monologo. Volendo se ne può fare una lettura femminista. Oppure è anche un racconto sulla noia dello stare insieme. «Da tanto tempo ormai eravamo diventati estranei l'un l'altro, c'eravamo disabituati l'un l'altro».

In ogni caso La mite esce nel 1876. L'anno dopo uscirà Anna Karenina di Tolstoj, e anche lei finirà suicida, come d'altra parte si suicidò vent'anni prima la Madame Bovary di Flaubert. Di certo le donne, in letteratura, non si suicidano mai per motivi esistenziali, come per esempio Kirillov o Stavrogin ne I demoni. In genere hanno un problema con un uomo, trovano un amante, si annoiano anche di quello, e si uccidono. (Gli uomini romantici, invece, si suicidavano prima di annoiarsi, per tormenti amorosi non corrisposti o ostacolati, come Jacopo Ortis di Foscolo o il Werther di Goethe). Tranne la mite, talmente mite che non prova neppure un amante. A Dostoevskij non piace dare una chiave di lettura, non per altro è famoso per la sua polifonia, tanto che I fratelli Karamazov potrebbe averlo scritto chiunque dei fratelli Karamozov, tra loro opposti.

A me piace leggere La mite come un racconto di riscatto maschile, dove la vittima è un uomo in fondo innamorato che oggi sarebbe definito un predatore dall'orda invasata del movimento #metoo. Non per altro il protagonista sentenzia: «C'è una cosa sola che da sempre ha rovinato le donne: la loro mancanza di originalità».