"La donna uccisa? Non ricordo Mi sento inseguito dal Diavolo"

L’assassino della donna filippina interrogato dal pm è in stato
confusionale. Un’ora per ricostruire la mattanza di viale Abruzzi. Il gip
oggi decide sul fermo

Tre ricoveri in pochi anni per motivi psichiatrici, una mania di persecuzione visionaria e l’ossessione di diventare un pugile professionista che lo avrebbe spinto all’uso di anabolizzanti. Non è esattamente il ritratto del "sano ragazzone tutto casa e palestra" quello emerso ieri pomeriggio nel carcere di San Vittore durante l’interrogatorio di garanzia di Oleg Fedchenko, il 25enne ucraino che venerdì mattina, su un marciapiede di viale Abruzzi, ha massacrato di pugni e ucciso Emilou Arvesu, la colf filippina 40enne incontrata per caso e mai conosciuta prima. Durante il colloquio di circa un’ora del giovane con il pm Francesca Celle e il gip Cristina Di Censo (che oggi deciderà quale provvedimento adottare a carico di Fedchenko, indagato dalla polizia per omicidio - con l’aggravante della crudeltà - tentata rapina, lesioni gravissime e resistenza a pubblico ufficiale), alla presenza del suo legale Francesca Maria Santini, il giovane - una mano fasciata (ha massacrato la filippina a mani nude e si è fratturato le nocche, ndr) e i jeans ancora sporchi di sangue - ha dichiarato subito di non ricordare nulla dell’aggressione di venerdì. A quel punto, sempre in preda a uno stato confusionale, ha chiesto perché la madre non lo fosse ancora andata a trovare e quando gli è stato risposto che era in carcere non ha avuto reazioni particolari.
I magistrati hanno quindi ripercorso, carte alla mano, il suo excursus clinico. Fedchenko è in Italia dal 2004 grazie al ricongiungimento familiare con la madre Larisa (Lara) che vive a Milano da 10 anni. Il suo primo ricovero per motivi psichiatrici risale a qualche tempo dopo il suo arrivo qui: Oleg diede in escandescenze in un locale, arrivò l’ambulanza e lo ricoverarono sottoponendolo a un Tso (trattamento sanitario obbligatorio). Nel 2007 secondo Tso, al Policlinico, dove i medici gli diagnosticarono una depressione psicotica violenta e furono obbligati a tenerlo legato quasi tutto il tempo durante i due mesi in cui restò ricoverato. Il terzo e ultimo ricovero certificato risale a quest’anno: anche in questo caso l’ambulanza del 118 lo prelevò da casa, dietro chiamata della madre, dopo che Fedchenko, sempre senza una ragione precisa, aveva distrutto diverse suppellettili.
Il ragazzo ha ammesso di non usare droghe da almeno tre anni. Tuttavia il giovane sarebbe così ossessionato dalla boxe e dal desiderio di diventare professionista (attualmente era tesserato senior nella terza categoria, matricola numero 39464) da utilizzare anche degli anabolizzanti che si procurava direttamente in Ucraina.
Ultimamente i problemi psichici di Oleg erano aumentati. A luglio, anche su insistenza della madre che lo vedeva particolarmente agitato, si era fatto visitare al Policlinico dove i medici ora non si danno pace. "La crisi psicotica di tre anni fa sembrava superata. Migliaia di pazienti vengono ricoverati con dei Tso e poi tornano normali. Era impossibile prevedere il suo raptus di qualche giorno fa" asseriscono i sanitari di via Francesco Sforza. Lui, però, a qualcuno lo aveva detto chiaramente: "Quando mi alleno mi sento seguito. Sì, ci sono i diavoli che mi seguono".