Donne, auto, soldi: che stress per i calciatori

Alberto Ghiacci

Qual è il mestiere più bello del mondo? Beh, fino a ieri in tanti, e non facciamo fatica a dirlo, avrebbero risposto il calciatore. Ma avrebbero sbagliato (?).
Si parte da un dato: sei calciatori professionisti su dieci, il 60 per cento cioè, denunciano stress, ansie di ogni tipo e una vita senza privacy. È quanto emerge da un’analisi realizzata da Eta Meta Research, tramite un questionario, su 124 professionisti (40 per cento di serie A, 54 di B e 6 di C) dell’ultimo campionato.
Ma come è possibile, si dirà. Basta guardare meglio la medaglia di cui una faccia è ben nota. Coperti d’oro, coccolati e viziati. Questi sono i calciatori; colmi di benefici, sempre sotto i riflettori. Una vita invidiata da tutti perché piena di soldi, donne, auto di lusso e piaceri di ogni tipo.
Il luogo comune lascia il tempo che trova. «I calciatori sono i nuovi divi - dice Saro Trovato, presidente di Eta Meta - e per questo amati e odiati, esaltati e condannati, fin troppo, anche fuori dagli stadi. Ma spesso ci si dimentica del loro lato umano».
Lato umano? Esattamente. La faccia coperta della famosa medaglia. La vita privata. Quella dei «nuovi divi» può anche essere d’inferno (ma un inferno che vorremmo un po’ tutti). Dall’indagine si capisce che i professionisti strapagati del dorato mondo del pallone soffrono d’ansia e sono dunque stressatissimi. Le cause? Tensione sempre alta per i troppi impegni, paura di deludere le aspettative, nonché di infortuni, e poco, pochissimo tempo libero. Il rifugio prediletto resta la famiglia, sinonimo di pace e tranquillità, ma tra essi uno su quattro passa con i propri cari soltanto 15 ore la settimana. Uno su tre prima di entrare in campo prega, un altro telefona a casa. Qualcuno scarica sulla famiglia la tensione, arrivando anche a isolarsi da tutti; quel che vuol dire portare l’ansia del lavoro a casa. Anche la notorietà si paga: i posti dove poter stare tranquilli sono sempre meno e il 30 per cento di loro ammette che più di qualche volta vorrebbe essere una persona comune. E poi c’è chi recrimina di aver dovuto tralasciare studi e affetti. Il 42 per cento è sicuro di giocare lo sport più bello del mondo, nel quale però ormai sono sempre più frequenti le polemiche e la competizione è esasperata. Ci viene in mente Gianfranco Zola che, non più di una settimana fa, a 39 anni e integro fisicamente, ha lasciato il calcio per dedicarsi a «cose più importanti, la famiglia, i figli».
I bisogni dei calciatori emersi dallo studio? Diminuire la pressione, soprattutto dei media, e lo stress. Trovare amicizie vere, non solo quelle interessate e farsi una famiglia. Uno su dieci, infine, non vorrebbe che suo figlio intraprendesse la stessa carriera.
«Papà, papà! Da grande voglio fare il calciatore!». «Nooo, troppo stress...».