Le donne di Beirut? Molto spiritose

(...) Ma ne siamo proprio sicuri? Suvvia, la verità è che l'orchestra con Oren ce la mette tutta, giovedì sera gli archi hanno suonato (anche troppo) come raramente si sente, negli ultimi tempi. Carisma del focoso direttore? Indubbio, quello c'è, e riesce sempre a trascinare la massa (orchestrale) e travolgere il pubblico; aggiungiamo pure che poi Puccini è pane per i suoi denti. Tutto torna, sembra. Ma c'è qualcosa in più, che con l'arte non ha nulla a che fare; non sarà un caso, se accanto a lui hanno salutato il pubblico i più agguerriti fautori di questa infinita agitazione sindacale. Povero Maestro Frizza, pure bollato come irresponsabile, non se lo meritava davvero: in fondo anche questa è autodifesa, non si può dirigere un'orchestra che riconosce un solo (altro) leader. Insomma, siamo ai ferri corti: o assecondare le mire espansionistiche ed accentratrici di Oren e «salvare» la stagione, o rischiare l'osso del collo; solita gatta da pelare per Di Benedetto.
Ma adesso veniamo a «Manon», meravigliosa, struggente; Puccini qui crea uno spartito puro, istintivo, che ne fa un capolavoro assoluto di musicalità e di intensità drammatica. Splendida «Sola perduta abbandonata» della protagonista (Micaela Carosi), che ha riscattato i due primi atti un po' in sordina, e appassionati gli accenti drammatici di Des Grieux innamorato (Walter Fraccaro) che però rimangono sempre un po' troppo urlati. Un appunto alla regia (Gilbert Deflo), specialmente nella delineazione dei personaggi nel primo atto: molto poco avevano entrambi dei due ragazzini pazzi che azzardano la fuga d'amore e travisato anche Geronte (Carlo Lepore) che risulta quasi un personaggio buffo; non dimentichiamoci in fondo che è lui la causa di tutta la tragedia. Bravo comunque sia vocalmente che in scena e bravo anche Lescaut (Gabriele Viviani). Un'altra osservazione sul finale del secondo atto che risulta un po' sacrificato, perché poco è stata resa la concitazione espressa da musica e libretto. Belli i costumi ed essenziali le scene (William Orlandi), specialmente d'effetto quella del secondo atto, completamente bianca (su cui svettava l'oro del vestito di Manon), a raffigurare il mondo incipriato e vacuo di Geronte. Peccato la straziante scena finale, in un deserto senza vie d'uscita francamente un po' anomalo, visto che le porte sul fondo del palco erano in vista. Peccato anche il sipario rotto (si saranno ghiacciati gli ingranaggi?) Caldi applausi comunque a tutti.