Donne candidate: alla Camera scoppia la guerra dei sessi

I franchi tiratori impallinano l’emendamento sulle quote rosa (un quarto dei nomi in lista) voluto dal governo. Il voto segreto imposto da un gruppo trasversale di 32 deputati, tutti maschi

Gianni Pennacchi

da Roma

«Wilma, la clava!!», il grido del cavernicolo sembrava echeggiare sui boati e la bagarre esplosi nell’aula di Montecitorio quando il tabellone elettronico s’è illuminato col risultato del voto segreto: 452 voti contro 140, addio alle quote rosa, donne tornate al focolare, siate angeli o vipere ma lasciate la politica a noi. Ma quale «questione politica», franchi tiratori o destra e sinistra, ieri sera era in gioco la supremazia maschile, uomini contro donne, e chi volete che vincesse in questo scontro epocale e trasversale? Certo, ora i leaders provano a buttarla in politica, i maschietti di sinistra accusano gli amichetti di destra d’essere «maschilisti» e «retrogradi», ma in realtà gongolano avendo raggiunto il comune obiettivo d’amore e d’accordo. Stan piangendo adesso le onorevoli? «Potevano giocarsela meglio», è la risposta più gentile. Dai conti si può dedurre che soltanto 80 uomini han votato a favore.
Gli emendamenti per imporre quote di presenza femminile nelle liste elettorali erano tre. Due presentati dalle donne del centrosinistra, prime firmatarie Graziella Mascia e Sesa Amici, uno da quelle del centrodestra, prima firmataria Stefania Prestigiacomo. Per far digerire quest’ultimo alla maggioranza ce n’era voluta, il leader di An era dovuto salire sin sulla soglia dell’auletta di commissione, chiamar fuori i suoi e convincerli ad appoggiarlo: finché la commissione lo ha fatto suo, ed anche il governo ha espresso parere favorevole. Il primo emendamento delle donne di sinistra imponeva candidati alternati «per genere», metà e metà: con le liste bloccate previste dalla nuova legge elettorale, voleva dire che metà del futuro Parlamento doveva esser donna. Il secondo, meno radicale ma altrettanto forte, fissava un rapporto minimo obbligatorio di una donna ogni due uomini. La proposta della titolare delle Pari opportunità s’accontentava di una donna ogni tre uomini, insomma il 25% che sarebbe già un buon obiettivo rispetto al 10% attuale e nemmeno garantito. I primi due emendamenti, poiché giudicati «radicali» e comunque patrocinati dall’opposizione, son stati bocciati come previsto: il primo a scrutinio palese con 396 voti contro 177 e 14 astenuti, il secondo a voto segreto con 396 no, 177 sì e 2 astenuti.
Perché è stato bocciato anche il terzo, che in teoria poteva consolar tutti, uomini e donne di centro, destra e sinistra? In primo luogo perché una trentina di onorevoli, tutti uomini, in prevalenza postdemocristiani, due terzi dell’Unione e un terzo della Cdl, hanno chiesto formalmente il voto segreto. Poi, perché gli onorevoli di centrosinistra hanno avuto l’alibi e la benedizione per votar contro dalle loro stesse colleghe, che giudicavano «insufficiente», «una beffa» quel 25% strappato dalle donne di centrodestra, dal momento che la sanzione prevista per chi non avrebbe rispettato la quota rosa era soltanto pecuniaria, cioè il 10% del rimborso elettorale per ogni violazione, rimandando la pena più grave, cioè l’inammissibilità della lista, alle elezioni successive a quelle dell’anno prossimo. Infine, perché alla faccia della disciplina di partito, di ogni leggenda sul controllo del voto segreto e dell’interesse per l’immagine politica collettiva, a 258 deputati del centrodestra non è parso vero di poter liberare, nel buio dell’urna, gli istinti e i pensieri più genuini, condivisi pienamente dagli avversari: donne state a casa, qui sarà già difficile per tutti ritornare, cedervi a priori 160 scranni non se ne parla nemmeno.
Forse era sincera Giovanna Melandri nel dir no all’emendamento Prestigiacomo «perché si traduce in “pagare cammello per escludere donna”; e che siamo, un tanto al chilo?». Ma altrettanto sincero era il forzista che prometteva «sì, avranno la quota quando smetteranno di ragionare con quella parte che non è il cervello». Sincero era certamente Gianclaudio Bressa quando prometteva «io, quello del metà e metà non lo voto nemmeno a scrutinio palese». E sincero, dalla comune Margherita, anche Beppe Fioroni che anticipava: «E che, facciamo il Wwf? Ma poi, abbiamo votato tutto a voto segreto, non vedo perché proprio questi emendamenti debbano andare a voto palese». Già dal mattino il ministro Prestigiacomo andava ripetendo che il voto segreto sarebbe stato «uno schiaffo alle donne», addio all’emendamento rosa pur fatto suo dalla maggioranza.
S’era fatta avanti la Margherita, a chiedere alla presidenza il voto segreto, ma facendo presto marcia indietro sotto gli strali di tutte le donne e dei femministi di facciata. Poi, nel pomeriggio, s’è lanciato Clemente Mastella, offeso perché «a me hanno proibito di fare emendamenti e di trattare, mentre le donne di sinistra han fatto quel che volevano, inciuciando pure con la destra». Lui non ha firmato, ma 12 dell’Udeur sì. Poi un gruppo dello Sdi, quelli della Dc di Gianfranco Rotondi, un manipolo dalla Margherita e dall’Udc, pure un paio di Forza Italia. Fino alle 32 firme richieste. Casini, sotto pressione delle donne, ha provato a svergognarli leggendone i nomi prima del voto, mentre tutta l’aula, gli uomini più delle donne, faceva «buu! buu!». Per poi ringraziarli come martiri, nel buio dell’urna.