Donne, champagne e affari la sinistra che ama i salotti se ne vergogna e li rinnega

Luca Telese

da Roma

Meraviglioso come sempre, ieri dalle colonne del Sole-24 ore, Massimo D’Alema lanciava il suo anatema sdegnato contro alcuni alleati perfidi e inaffidabili all’insegna del rifiuto di ogni mondanità molle e ruffiana: «Ho visto amici del centrosinistra insorgere contro l’Unipol. Ma lo sappiamo tutti di chi sono, a loro volta, amici, che salotti frequentano... ». Salottieri-faccendieri, dunque. Una battuta? Mica tanto. Se non altro perchè, proprio lo stesso giorno, su l’Espresso, un Luciano Violante sorprendentemente barricadiero proclamava: «Il mercato non è un salotto!». Non sia mai. E solo pochi giorni prima, Il leader máximo aveva tuonato con parole affilate contro i nuovi ricchi: «Io Ricucci non so neanche chi sia... conosciamo le persone e i salotti da cui viene supportato» (l’Unità, 10 giugno 2005). Caspita. È così bipolare, D’Alema, che incarna alla perfezione, in se stesso, tutta la schizofrenia dell’Ulivo di lotta e di governo, che quando sta all’opposizione indica nei «salotti» la sentina di tutti i mali, e da a Palazzo Chigi li invoca come il viatico della governabilità.
Ed è davvero divertente misurare la distanza di questo D’Alema da quello che (abbiamo prove cartacee) nel luglio 1995, nel pieno della sua scalata al cielo da «figlio di un Dio minore» a Statista, faceva ingresso trionfale nel salotto di Maria Angiolillo, tempio della Roma cotonata e di governo. È curioso questa oscillare per cui la Angiolillo e le sue emule, a seconda delle congiunture elettorali diventano indifferentemente vecchie carampane pericolosamente lontane dai bisogni del popolo o novelle madame De Staël intente a propagare cultura, sapere e belle lettere. Chissà cosa direbbe lei - madame - la protettrice di tutta la «meglio gioventù» dell’Ottocento franco-italiano sui salotti di oggi, sul vezzo dei politici, che invocano lasciapassare privato e invito per due, e poi proclamano il moralismo pubblico, dall’anatema, dalla polemica contro «il salotto» sentina di tutti i mali.
Chissà se madame De Staël lo avrebbe ammesso, tra i suoi broccati, quel leader ds, che in un’altra vita, nel giorno del suo sospirato e storico ingresso a casa Angiolillo strappò a Bruno Vespa un paragone a dir poco epocale: «Quando D’Alema disse buongiorno, nel silenzio di Trinità dei Monti si avvertì nitidamente un rumore: erano gli ultimi calcinacci del muro di Berlino che cadevano sulla politica italiana» (Bruno Vespa, La corsa). Nientemeno. Ora, se il modello che abbiamo adottato per spiegare questa sorprendente oscillazione (l’ondivaghismo - dalla Svolta in poi - è la malattia infantile del diessismo) bisognerebbe solo cercare di capire se Piero Fassino, che è riuscito ad accedere ai pasticcini della signora Angiolillo solo quest’anno, sia avanti con il programma (di nuovo al governo, almeno idealmente) o solo un po’ ritardato rispetto ai descamisados Violante e D’Alema. Certo, né il primo né il secondo hanno la fortuna di Francesco Rutelli che il salotto ce l’ha in casa, organizzato dalla moglie: un foto-reportage la festa per i suoi cinquant’anni finì addirittura sul Messaggero, con tanto di Caltagirone e Ranucci immortalati. D’Altra parte il disco rotto dell’«antisalottismo» l’ha messo su anche un ministro leghista come Roberto Maroni, che ripeteva rapito: «È tempo di uscire dai salotti romani e andare nelle fabbriche della Padania» (6 giugno 2005). Giusto: ma non sarebbe più sovversivo portare gli operai nel salotto di Sandra Verusio? Di sicuro, se è vero che persino Anna Falchi si indigna, e decanta l’antimondanità del suo Ricucci: «Noi non frequentiamo salotti mondani, solo gli amici di sempre». Ma allora date una medaglia a Daniela Santanchè, che dice disinibita: «Il mio è il miglior salotto del mondo!». Già, perché la deputata di An, riceve nella sua bella casa nei pressi di piazza di Spagna, e associa una tribù che va da Marco e Paola De Benedetti (amici inossidabili) a Maurizio Gasparri, da Paolo Scaroni («il signor Eni») a Flavio Cattaneo (fino a ieri «il signor Rai»), da Martina Colombari, a Flavio Briatore, a Massimo Sarmi («il signor Poste»), al ministro Mauro Baccini, al leghista Giancarlo Giorgetti. Memorabile la battuta tramandata da La Russa: «Una sera volevo sapere se potevo portare con me alcune amiche e Daniela mi risponde: "No, siamo solo uomini"». Finché non cade la mannaia dello spoil system può capitare che ci sia più concentrazione di poteri a casa Santanchè che nella sede dei Ds o di Forza Italia.
Chi fosse curioso di ricostruire una mappatura del salottismo bipolare nella seconda repubblica non deve far altro che attingere a quella piccola bibbia per iniziati che è Lo stomaco della repubblica di Filippo Ceccarelli Longanesi, 2000). Nella summa dell’archivista principe del giornalismo italiano troverebbe una copiosa messe di illusioni perdute, l’almanacco delle stagioni morte della mondanità politica: chi si ricorda, per esempio, di quando madama Giuliana Olcese spiegava a Sette che lei si considerava «L’ambasciatrice dell’Ulivo», e certificava come trofei le ospitate dei ministri Giorgio Napolitano, Lamberto Dini, Augusto Fantozzi e Cesare Salvi? E chi può dire se gli ospiti accorrevamo allettati dalle opportunità del parterre, o dalla fama delle pastiere arrivate da Napoli? Chi può dimenticare casa Consolo, decantata da Alain Elkann, secondo cui «si è materializzata una vera terrazza romana dove destra e sinistra si mescolano indifferenti con tanto di prosecco, prosciutto, spaghetti alle vogole e ciliege». Prima dominavano rumors, leggende, il fascino dell’essere in o out: ora il salotto si è trasfuso nel suo equivalente mediatico, il salotto «fotografico» di Dagospia, cesellato nelle collezioni di faccine paparazzate dall’inossidabile Umberto Pizzi. Nessuno dovrebbe dimenticare che l’apogeo della Bicamerale si sfiorò intorno alla crostata di casa Letta, e certo deve esserci stato un piccolo terremoto se oggi persino un banchiere non proprio francescano come Alessandro Profumo accusa: «Le aziende sostenute nei salotti sono un anacronismo». La verità? Come sempre chi disprezza compra. E l’anatema di D’Alema contro i salotti sarà un ottimo argomento di conversazione. Nel prossimo salotto che lo vedrà ospite.