Donne che disertano la piazza: si può contare senza gridare

RomaAffermare la propria femminilità senza farne una bandiera. Vincere sfide importanti senza gridare. Criticare senza aver bisogno di scendere in piazza, di dividersi, di stabilire il confine tra ciò che è giusto e ciò che non lo è. Ecco, questo è il mondo delle donne che non saranno in piazza il 13 febbraio, di coloro che non hanno bisogno di «usare» un’altra donna per contestare Berlusconi.
Un universo ben rappresentato dalla prèmiere dame italiana, Clio Napolitano, moglie del capo dello Stato. «Mi piacerebbe che si affrontasse qualche problema più di sostanza» - ha dichiarato sottolineando di affrontare «questo momento storico con turbamento ma anche con speranza». Un universo del quale fa parte anche il presidente di Confindustria Emma Marcegaglia che ha più volte rilevato che «premiare il merito premia in automatico le donne» e che come esempio per la figlia ha indicato la combattente Mulan. Per questo il suo nome è stato surrettiziamente inserito tra le «indignate».
«Indignate», sì. Come le chiama la deputata radicale Rita Bernardini. «Non ho aderito quando il Pd voleva che Berlusconi venisse in aula per chiedere scusa alle donne, figurarsi adesso», dice. «Non ho mai visto raccolte di firme e manifestazioni per la difesa della dignità femminile: siamo l’ultimo Paese in Europa per occupazione femminile e sono in pericolo conquiste come l’aborto», conclude. «È sfacciato parlare di silenzio complice delle donne» quando non si ascolta l’universo femminile, ha sostenuto la storica Anna Bravo. Da un’altra prospettiva s’era dissociata Susanna Tamaro argomentando che «le grandi battaglie sembrano aver portato le donne ad essere oggetti in modo diverso».
Anche la nota penalista Grazia Volo si chiama fuori. «Ho bordeggiato il movimento femminista - racconta - e a quell’epoca non si facevano differenze tra donne buone e cattive: questo approccio conformista del neofemminismo non mi riguarda». Analisi svolta anche dalla critica cinematografica Anselma Dell’Olio che ha parlato di «giudici con un atteggiamento farisaico». La vera battaglia da fare «è distruggere il “soffitto di cristallo” che impedisce a tante donne in gamba di fare carriera». Come non essere d’accordo perciò con Lucetta Scaraffia che aveva tacciato di «arroganza chi si erge a rappresentante della categoria delle donne con una campagna moralistica da crociata»?
Moralismo sgradito anche a chi in Parlamento e fuori ha battagliato per i diritti di genere come Wladimir Luxuria. Che è amareggiata: «Non è una battaglia per i diritti civili: destra e sinistra tirano i preti per la tonaca indicando i modelli per le famiglie». In fondo, «conta quello che un parlamentare fa o non fa politicamente e non sotto le lenzuola e qui non si distingue più tra reato e peccato». Ed è proprio Luxuria, pur auspicando maggiore meritocrazia, a ricordare che «l’autodeterminazione del corpo va accettata in tutte le forme».
Non a caso s’è sganciata Diotima, la filosofa al femminile Luisa Muraro. «C’è pericolo che la manifestazione venga strumentalizzata», ha commentato aggiungendo che non bisogna «consegnarci ciecamente a operazioni politiche». Sentiero condiviso dall’ex deputata Claudia Mancina che ha liquidato l’appello come «moralistico e controproducente». Non c’è un confine a delimitare la buona femminilità, ha affermato la scrittrice Chiara Gamberale: «Non mi sono mai sentita messa in discussione da chi usa testa, corpo e cuore in modo diverso».
L’ultimo orizzonte è proprio la libertà, l’ha confermato anche Simona Ventura: «Si parla sempre del Drago. Eppure non vedo le vergini. Ognuno è libero di fare quello che vuole con il proprio corpo». Per Raffaella Curiel, famosa stilista milanese, la piazza non è chic. «Non ho nessuna intenzione di andare alla manifestazione. Chi fa alta moda non va in piazza». E non ci andranno nemmeno Valentina Vezzali e Francesca Schiavone. Loro tengono alta un’altra bandiera: il tricolore.