Donne e bambini giustiziati: erano sciiti

Smentito il rilascio dei quattro funzionari russi

Luciano Gulli

Non si sa come cominciare, certe volte, a descrivere il quotidiano mattatoio chiamato Irak. Tanto si somigliano, ormai, le stragi, gli omicidi mirati, le vendette interclaniche o di setta che si susseguono giorno dopo giorno in questa guerra civile non dichiarata. Ma quel che è successo ieri 120 chilometri a nord di Bagdad ha un surplus di orrore che atterrisce: non già la bomba gettata nel mucchio, incuranti di donne e bambini, ma la «selezione» delle vittime sulla base dell’appartenenza religiosa (anche dei bimbi, sì) e la loro esecuzione a sangue freddo a un falso posto di blocco.
L’altra notizia di ieri è che non si riesce ancora a trovare uno straccio di accordo fra le varie componenti politiche del Paese sulla nomina del ministro dell'Interno e della Difesa. E dunque la seduta del Parlamento che avrebbe dovuto ratificare le nomine è stata rinviata a data da destinarsi, perpetuando il marasma istituzionale in cui si dibatte il Paese. Nel vuoto di potere, e nella straordinaria certezza di impunità di cui godono le bande armate, il sangue scorre a fiumi.
Si è cominciato a Bassora quando non era ancora giorno, con una sparatoria in una moschea sunnita che ha lasciato sul terreno 11 cadaveri, compresi quelli di due poliziotti. Chi abbia cominciato non si saprà mai. Qualcuno dice che è stata la polizia a sparare a freddo sui fedeli. Altri raccontano che la polizia era stata chiamata da qualcuno che segnalava la presenza, intorno al luogo di culto, di uomini armati. Una scintilla, ed è partita la solita mattanza.
Sempre a Bassora, ieri pomeriggio un attentato in un affollato mercato ha provocato la morte di almeno 28 persone e il ferimento di oltre 60, tre giorni dopo che il premier Nuri al Maliki aveva imposto alla città lo stato di emergenza. Ma la strage più disgustosa è stata commessa alle 7.30 del mattino. E le vittime, in questa guerra di sordidi assassini che il più delle volte non hanno neppure il coraggio di affrontare il nemico ad armi pari, guardandoli negli occhi, ha avuto per vittime il solito gruppetto di operai, di studenti, di viaggiatori imbarcati su quei taxi collettivi di cui si serve la povera gente per spostarsi da un luogo all'altro nelle province in cui più incrudelisce la guerriglia.
Ieri è successo a un falso posto di blocco allestito vicino al villaggio di Ayn Layla, uno di tanti villaggi sparpagliati nel desertico nulla che si allarga a nord di Bagdad. I morti sono 24. Orrenda la dinamica della strage. Gli occupanti di tre pulmini incappati nel falso posto di blocco sono stati fatti scendere, identificati uno per uno, e trucidati a seconda del loro credo religioso. A morire, stavolta, sono stati gli sciiti: vecchi, studenti, donne e bambini: via, uno dopo l'altro, con una sventagliata di mitra o un colpo in faccia. La dinamica è stata raccontata da quattro sopravvissuti, che stavolta l'hanno fatta franca perché erano (o si sono dichiarati, o i loro nomi li indicavano come ) sunniti.
Sei poliziotti morti a Mossul, quattro impiegati della compagnia dei telefoni ammazzati a Bagdad (che colpe potevano avere, questi dipendenti della Telecom irakena?) chiudono per il momento (ma la contabilità andrà rivista domattina) la pagina del 4 giugno 2006. Senza che, nel momento in cui scriviamo, nulla si sia saputo ancora dei quattro cittadini russi, dipendenti dell'ambasciata di Mosca a Bagdad, che molte fonti (tranne, sfortunatamente, quelle della loro ambasciata) danno già per liberati.