Donne e figli oggetto così l’integralismo assedia l’Occidente

INTOLLERANZA Pregano nelle nostre piazze rivolti alla Mecca, tengono segregata la famiglia, uccidono chi vive secondo le regole democratiche

A tenere insieme in un unico ragionamento i due fatti orrendi di cronaca nera di Milano e di Treviso non c’è solo l’evidente disprezzo per le donne e per le creature più deboli, i bambini, i propri figli trattati come oggetti da possedere o eliminare. Non c’è soltanto la vergognosa esitazione di pubblici ufficiali e magistrati nel proteggere con l’esercizio severo della legge le persone che sono perseguitate e minacciate, o la certezza falsa che i genitori non facciano del male ai propri figli... C’è piuttosto e fino in fondo la triste dimostrazione del fallimento di qualunque progetto di integrazione che sia fondato sul pregiudizio positivo, e l’allarmante conferma che nel nostro Paese non è più possibile rispettare e onorare la propria fede religiosa cattolica o anche la scelta agnostica di fronte all’aggressività dell’ideologia islamica. Pregano nelle nostre piazze rivolti alla Mecca, tengono segregate mogli e figli, uccidono chiunque osi non ribellarsi, ma semplicemente tentare di continuare a vivere, o tentare di incominciare a vivere, secondo le regole di uno Stato moderno e democratico. Le donne italiane che sposano cittadini di fede musulmana non soltanto rischiano un amaro fallimento e dolorose delusioni, rischiano la vita e quella di innocenti creature.
Il Giornale dedica oggi grande spazio alle due vicende, ma nei particolari delle esecuzioni si annidano spiegazioni illuminanti della nostra leggerezza, della sottovalutazione pericolosa del pericolo. Mohamed Barakat, egiziano di 52 anni, ha sparato alla nuca del figlio con una pistola semiautomatica calibro 22, appena sono usciti dall’ascensore al primo piano del Centro sociosanitario di San Donato e poi lo ha pugnalato. Dovevano essere incontri controllati, ma il bambino era solo, l’assistente sociale non lo accompagnava. Quando si è accasciato a terra, il padre gli è saltato addosso ferendolo al torace con un coltello da cucina, poi ha rivolto la lama contro se stesso. Sono morti dissanguati. La madre del bambino aveva denunciato inutilmente l’uomo decine di volte perché minacciava lei e il figlio, che voleva a tutti i costi portare in Egitto per educarlo secondo altre tradizioni, perché la faceva pedinare.
L’egiziano viveva tra l’Egitto e l’Italia nonostante fosse stato condannato negli anni Ottanta a due anni e sei mesi di reclusione per alcuni furti e denunciato nel 1983 per detenzione di stupefacenti, ma anche segnalato in questura con numerose identità false. La Procura dei minori aveva dato nel 2006 parere favorevole alla decadenza della patria potestà dell’egiziano, ma poi, alla donna era stato consigliato di non andare avanti nella causa, per evitare di irritare l’uomo. Chi ha dato questo consiglio alla povera donna? Perché nessuno ha valutato nel giusto peso che oltre al conflitto, alla disputa di un figlio, qui era in ballo la convinzione cieca e radicata di essere depositari di una civiltà superiore?
Fahd Bouichou, il marocchino 26enne arrestato mentre scappava in Slovenia, per l’omicidio della ex compagna Elisabetta Leder e della loro figlia Arianna, che aveva due anni, aveva un movente terribile: l’affidamento della bimba. Per qualcuno la motivazione è addirittura peggiore e a dirlo è stato il parroco di Castagnole di Paese, in provincia di Treviso. Don Busato racconta di aver battezzato qualche mese fa la bambina, ma che alla cerimonia non ha partecipato il padre della piccola, né i parenti dello straniero. Il parroco si chiede se il battesimo sia stato fatto all’insaputa del padre musulmano. «Ho battezzato la bambina in chiesa e il papà non c’era, era in Marocco - spiega don Busato -. Mi domando: lui voleva o forse non voleva il battesimo? I genitori erano d’accordo o non lo erano?».
No, non lo erano, e la giovane donna ha fatto di nascosto quel che dovrebbe essere una pubblica cerimonia e una piccola grande festa di famiglia. Così come l’idea di chiedere l’affidamento esclusivo, con il quale forse avrebbe tolto a quell’uomo una figlia che lui considerava sua «proprietà». L'ha fatto e lo ha pagato con la vita sua e della bambina, perché non sapeva che non si può disonorare un musulmano con un gesto simile. Se subisce tanto disonore e non si vendica, non potrà più mostrare la faccia, non potrà più presentarsi nel suo Paese. Un gesto simile equivale ad affronto, a un'onta da lavare nel sangue. L'assassino ha ventisei anni, ma la sua giovane età non lo ha emancipato dalle legge coranica, né lo ha salvato l'esperienza del lavoro e della vita in un Paese cattolico ma tollerante, la conoscenza con un'italiana, la contaminazione salvifica di culture e stili. No, ha colpito come la sua tradizione integralista richiede, e quell'integralismo si conserva gelosamente e si esporta prepotentemente.
Non sono solo due casi di cronaca nera e orrenda, siatene pur certi. C'è un insinuante progetto dietro certi gesti criminali. Dopo le preghiere al Duomo e le proteste nei centri di accoglienza dei clandestini, le abbiamo chiamate prove tecniche di invasione. Ogni evento, per isolato che appaia, porta forza al piano, e guai a noi se non comprendiamo prima che sia troppo tardi, semplicemente utilizzando senza remore e con rigore le iniziative e le misure che in democrazia ma non in mollezza una civiltà che si difenda deve adottare.