Donne-esca, dossier rubati: ecco l’intrigo di Milano che agita il «salotto buono»

In duecento pagine il gip ricostruisce l’attività della struttura di intelligence illegale di Telecom. Nel 2004 spiati Colao (allora amministratore Rcs) e il giornalista del «Corriere» Mucchetti

da Milano

Nell’austera sede del Corriere della sera si combatteva poco più di un anno fa una partita durissima per il controllo del salotto buono del giornalismo italiano, al di fuori della cornice della legalità. Il gip Giuseppe Gennari ricostruisce in oltre duecento pagine gli episodi di hackeraggio e spionaggio di cui rimasero vittime, alla fine del 2004 due personaggi eccellenti della corazzata dell’informazione italiana: il vicedirettore ad personam Massimo Mucchetti e, addirittura, l’allora amministratore delegato della Rcs Vittorio Colao (oggi in Vodafone). Gennari, che ha firmato quattro ordini di custodia, non ama, per fortuna, le generalizzazioni, ma gli indizi convergono: un gruppo di manager, guidato dall’allora responsabile security di Telecom Giuliano Tavaroli, si mise alle calcagna della coppia con azioni illecite perché queste azioni «rispondevano ad una logica di tipo aziendale». «Né - aggiunge il gip - è pensabile che Tavaroli si sia esposto a rischi quali quelli di cui oggi deve sopportare i costi», con la permanenza in carcere, «senza una definita ed esplicita copertura da parte dei vertici aziendali».
Insomma, la testa di Telecom non subì, a sentire il magistrato, ma pilotò l’intrusione del «team» di Tavaroli dentro il recinto dorato della Rcs. E, dettaglio che non deve sfuggire, l’ex presidente di Telecom Marco Tronchetti Provera «è anche - come nota il Cdr del Corriere - uno dei maggiori azionisti della Rcs». Mucchetti - è lui stesso a raccontarlo ai magistrati - fu chiamato «quale vicedirettore ad personam dal direttore Stefano Folli senza che alcuno ne fosse informato» e il suo ingresso «scatenò reazioni da parte di alcuni azionisti fra cui Tronchetti Provera che manifestò il suo disappunto».
Qualche mese dopo, a novembre 2004, scatta la trappola; sul computer di Mucchetti arriva un messaggio apparentemente proveniente dal servizio informatico interno della società: helpdesk@rcs.it. Il messaggio invita Mucchetti ad eseguire un finto file di aggiornamento del sistema. Lui va a chiedere aiuto e i tecnici intervengono in tempo; la stessa mossa funziona invece con Colao: clicca e immediatamente gli viene rubato un gigabyte di memoria. Dentro c’è, fra l’altro, una bozza del piano triennale di Rcs. Chi è l’autore di quelle incursioni?
Ora i contorni di quella guerra sotterranea appaiono in tutta la loro gravità: gli hacker agivano su input della Security di Telecom-Pirelli, la guerra fu combattuta con uno spiegamento di mezzi impressionante. Mucchetti fu pedinato e si tentò persino inutilmente di farlo agganciare in un bar di via Solferino da una donna particolarmente avvenente. Un investigatore privato, Marco Bernardini, fornitore fisso della Security di Telecom, schiva per un pelo il carcere raccontando quel che sa: ai piani alti di Pirelli-Telecom si voleva scoprire a tutti i costi quali fossero le fonti di Mucchetti per le sue analisi sui rapporti di risorse fra Telecom e Olimpia. In poche parole, Mucchetti era indigesto - secondo Bernardini - a Marco Tronchetti Provera.
Riassume Gennari: «L’attività giornalistica di Mucchetti, così come la sua nomina a vicedirettore ad personam del Corriere, aveva destato specifico fastidio all’interno di Telecom e precisamente nella persona del presidente Tronchetti Provera». Non solo: «Lo stesso amministratore delegato di Rcs Colao era espressione, all’interno degli assetti proprietari di Rcs, della cordata opposta a quella riferibile a Tronchetti». Quale? La mappa la consegna ai giudici lo stesso Colao: «Sono arrivato in Rcs su iniziativa di Vitale, Montezemolo, Galateri, Passera e Bazoli». «Mucchetti - aggiunge il manager - si era dimostrato nei suoi articoli particolarmente severo e autonomo anche nei confronti dei componenti del patto di sindacato presenti in Rcs, quali Geronzi, Tronchetti, Della Valle».
Secca la conclusione del giudice: «Qui ci troviamo di fronte a una gravissima intromissione nella vita privata delle persone e a un tentativo di captazione occulta di dati e di notizie riservate... nella contrapposizione fra blocchi di potere economico e finanziario. Logiche che tendono a beneficiare non già l’azienda come tale ma colui che, in un dato momento storico, ne è proprietario di controllo». Dunque, i vertici di Telecom avrebbero utilizzato come una testa d’ariete gli uomini e le tecnologie della Security per giocare una partita delicatissima che si svolgeva altrove, in via Solferino.
Tronchetti Provera si difende. Ribadisce «la propria totale estraneità alle vicende connesse all’illegittima creazione di dossier». Spiega di «non aver mai, durante la presidenza di Telecom Italia o di Pirelli e neppure prima, dato incarico alcuno per lo svolgimento di attività illegali». Di più, si ritiene una vittima, per aver «subito, con i suoi familiari, controlli illegali». Toccherà alla magistratura pesare le eventuali responsabilità.
«Nel 2003 avevo scritto un libro dal titolo Licenziare i padroni? - ha messo a verbale Mucchetti - in cui vi erano capitoli dedicati a Tronchetti, a Berlusconi, a De Benedetti, alla Fiat, a Mediobanca e allo Stato imprenditore. Debbo ritenere che le mie analisi non siano state gradite. Allorquando fui assunto - è l’amara conclusione - avrei avuto in prospettiva la delega all’economia e alla finanza. Non è avvenuto».