Donne in pensione, Brunetta: è l'Ue a chiederlo

Il ministro della Funzione pubblica: "Non è un’altra
riforma. La modifica chiesta da Bruxelles porterebbe enormi risorse per il
welfare. Anche i sondaggi mi danno ragione&quot;. <strong><a href="/a.pic1?ID=314385">Se si porta il tetto a 62 si risparmia fino a 2 miliardi</a></strong>. E dalle donne &quot;stakanoviste&quot;, <strong><a href="/a.pic1?ID=314387">arriva un coro di sì</a></strong>

Roma - È destino, ministro Brunetta: lei parla e subito finisce sulle prime pagine dei giornali. Perché vuol mandare in pensione le dipendenti pubbliche a 65 anni?
«Perché ce lo impone la Corte di giustizia europea, che ha condannato l’Italia a rimuovere una discriminazione uomo-donna. L’Europa non ha giurisdizione sui sistemi pensionistici dei Paesi membri, ma sulla discriminazione sì. L’Italia era in odore di condanna da tempo, lo sapevano tutti, e mi meravigliano le verginelle che adesso sbarrano gli occhi».

E nel merito, lei è d’accordo? La differenza di età per la pensione di vecchiaia rappresenta una discriminazione?
«Certo che sono d’accordo: la discriminazione d’età è assolutamente insopportabile, rappresenta la pietra tombale della più ampia discriminazione a scapito delle donne. Poi, c’è un ministro della Pubblica amministrazione e dell’Innovazione che va a un convegno a Stresa e dice: abbiamo messo in piedi un gruppo di studio per ottemperare alla sentenza della Corte Ue; il tutto si farà con gradualità, con flessibilità, sentendo le parti sociali, ma comunque si dovrà fare e... apriti cielo! Non è un’altra riforma delle pensioni, ma una risposta dovuta».

Se la consola, molte donne si schierano al suo fianco.
«Le donne sono tutte d’accordo, e i sondaggi mi danno ragione, dimostrando ancora una volta che il Paese reale è migliore del Paese sindacale e di un certo Paese politico. I conservatori sono pochi, ma fanno molto rumore. Penso a Massimo D’Alema, che parla di cose che non conosce; penso all’ultrasinistra, pace all’anima loro. Per fortuna ci sono le Mercedes Bresso, le Barbara Pollastrini, le Linda Lanzillotta, le studiose come Elsa Fornero, anche a sinistra c’è gente intelligente con cui dialogheremo. Mi dispiace invece per Calderoli, che ha fatto una battuta non degna della sua intelligenza. Voglio esser chiaro: nessuno vuole riaprire la riforma delle pensioni. Ma c’è qualcosa di male se la sentenza della Corte europea ci fa riflettere un po’ più in generale»?

Per andare dove? Si parte dal pubblico impiego per allargare il discorso all’intero sistema previdenziale?
«Noi rispondiamo per il pubblico impiego. Ma sappiamo che il Paese ha bisogno di risorse per le indennità di disoccupazione, per gli ammortizzatori sociali, per il welfare to work. C’è qualcosa di male se liberiamo risorse, non per fare cassa ma per redistribuirle al welfare, alla cassa integrazione, agli asili nido, all’assistenza? Con l’opportunità di creare, tra l’altro, due milioni e mezzo di posti di lavoro in più nei servizi alla famiglia. Non sarebbe allora opportuno liberarci dalle attuali catene? È una battaglia riformista, e mi stupisce che Veltroni se la cavi con una battuta. Prima di parlare, studi. Per esempio un po’ di andamenti demografici. In Italia ci sono 3 milioni di vedove contro 600mila vedovi. Il differenziale nell’aspettativa di vita è di sei anni, a favore delle donne che vanno verso i 90 anni contro gli 83-84 degli uomini. E noi stiamo qui a parlare di pensionamenti a 55 anni? Ma quale sistema, quale finanza pubblica può reggere trent’anni di pensionamento?».

In realtà, sono cose che almeno i sindacati conoscono perfettamente.
«Però rispondono facendo la faccia feroce, mentre dovrebbero leggersi meglio i dossier. Le donne sono favorevoli, non sono favorevoli gli uomini miopi ed egoisti. In questa storia, devo dire che il Pdl si è comportato bene. La Lega è in altre faccende affaccendata, pensa al federalismo e basta, e perciò non gliene voglio. Ci sono poi i riformisti a corrente alternata come Veltroni, e anche loro fanno le faccette feroci. Poi arrivano i D’Alema e le Finocchiaro, che fanno le battute. Guardi, vorrei dire una cosa: questa vicenda rappresenta un vero e proprio test di riformismo, e le dichiarazioni politiche che abbiamo sentito nelle ultime ventiquattr’ore rappresentano una bella mappa degli egoismi e delle miopie della classe politica».

Ha notato un astio particolare nei suoi confronti?
«Mi chiamano il "ministro spot". È uno spot aver dimezzato l’assenteismo nel pubblico impiego? O aver fatto i contratti in tre mesi? O aver prodotto una legge di riforma dell’amministrazione pubblica che sta per essere approvata in Parlamento? Io studio i problemi, loro non sanno niente. Per Natale regalerò al presidente D’Alema e alla presidente Finocchiaro il mio manuale di Economia del lavoro, settecento pagine, edizioni Utet. Se lo leggano durante le vacanze, poi li interrogo».

Ministro, polemiche a parte, come andrà avanti questo lavoro di studio sui pensionamenti delle donne nel settore pubblico?
«Con i ministri Ronchi e Frattini ho istituito un gruppo di studio del problema. Al prossimo Consiglio dei ministri farò una comunicazione in proposito. C’è poi al lavoro una commissione di esperti che, in tempi brevissimi, proporrà una serie di misure al governo per ottemperare alla sentenza della Corte europea. Saranno consultate le parti sociali, e il tutto sarà fatto con la massima flessibilità e delicatezza, ma anche con la consapevolezza che una redistribuzione nella spesa per il welfare migliora il sistema e lo rende più equo».

Insomma, nessuna nuova riforma delle pensioni in programma.
«Non stiamo rifacendo la riforma, c’è già la Dini del ’95 che funziona. Certo, il governo Prodi ha fatto una stupidaggine abolendo lo «scalone», perdendo anni preziosi e buttando miliardi e miliardi dalla finestra. L’Europa ci richiama alla modernità. Dobbiamo obbedire. Ma secondo me vale la pena di fare una riflessione più generale. E non mi vengano a dire della crisi economica... è proprio nei momenti di crisi che si fanno le riforme».