Donne in pensione dopo i 60? Per Damiano «non se ne parla»

da Roma

Donne in pensione dopo i sessant’anni? Non se ne parla. L’ipotesi di un intervento sul versante «rosa» del problema previdenziale viene smentita dal ministro del Lavoro, Cesare Damiano, e dai sindacati. Poco conta se in Europa le lavoratrici vanno a riposo più tardi, verso i 65 anni, con regole uguali agli uomini. E conta ancor meno che, se si applicasse alle donne lo «scalone» Maroni (pensione a 62 anni dall’1 gennaio 2008), l’Inps potrebbe risparmiare un miliardo di euro l’anno.
Oggi le lavoratrici vanno in pensione di vecchiaia a 60 anni (cinque meno degli uomini), e in pensione d’anzianità a 57, con 35 anni di contributi: per loro non varrà lo «scalone», sempre che venga confermato. L’Inps nelle scorse settimane ha presentato un dossier in proposito, ricordando che l’Italia è rimasta sola in Europa a differenziare in modo così netto le regole pensionistiche tra uomini e donne: considerando poi che l’aspettativa di vita è più elevata per queste ultime. «Innalzare l’età della pensione di vecchiaia per le donne - osserva Tiziano Treu, presidente della commissione Lavoro del Senato - sarebbe utile». Aggiunge il presidente dell’Inps, Gian Paolo Sassi: «Non voglio passare per il promotore di un’iniziativa in questo senso; ma rilevo che siamo gli unici in Europa a non porci il problema». È anche vero che la vita lavorativa delle donne è, in moltissimi casi, discontinua. Tanto che la maggior parte delle lavoratrici va in pensione di vecchaia, perché difficilmente raggiunge gli anni di contributi necessari per l’anzianità: la percentuale uomini-donne nei pensionamenti anticipati è di otto a uno. Ma siccome la rosa degli interventi sulle pensioni ha pochi petali, sarebbe bene esplorare ogni possibilità.
Damiano, comunque, nega di aver mai preso in considerazione l’aumento dell’età di pensione per le donne: «Finora non c’è nulla di deciso, si tratta - giura - di ipotesi giornalistiche». Di tutte le ipotesi sul tappeto si discuterà, aggiunge, al tavolo della concertazione. Il ministro del Lavoro indica invece una scadenza per la revisione dello «scalone»: bisognerà concludere il negoziato «prima dell’avvio del Dpef», quindi entro giugno.
Scontato il «no» dei sindacati all’ipotesi di innalzare l’età del pensionamento per le lavoratrici. «Per fortuna Damiano ha smentito», commenta il segretario della Cgil, Guglielmo Epifani. Pareri negativi anche da parte di Cisl, Uil, Ugl. Ma bocciate tutte le proposte - scalone, coefficienti, adesso pensioni per le donne - che cosa resta sul tavolo? Ben poco. Damiano sa che i soldi bastano solo per un piccolo aumento delle pensioni minime, mentre non c’è un euro per finanziare l’ammorbidimento dello «scalone».