«Donne in politica, la Liberia insegna»

Con un’associazione si batte contro l’infibulazione: «Pronto un progetto per monitorare questa barbarie»

Marina Gersony

«Quando si parla di quote rosa in Italia si allude spesso ai Paesi del Terzo mondo. Per la verità in Somalia c’è stato un tempo dove la presenza delle donne in politica era pari a quella maschile. In Liberia Ellen Johnson Sirleaf è la prima donna alla guida di uno Stato africano».
Maryan Ismail la butta sull’ironia, ma in fondo neanche tanto. Il fatto che nel nuovo esecutivo di Prodi ci siano poche donne, e una soltanto con un ministero di peso, non la mette di buon umore. Ma facciamo un passo indietro. Maryan è nata in Mogadiscio una quarantina di anni fa. Figlia di un diplomatico somalo, un’infanzia e un’adolescenza all’insegna dello studio, fin da piccola ha vissuto in un ambiente dove era normale parlare di politica e cultura. In seguito alla guerra tra Etiopia e Somalia nel 1977 il padre, allora vice ministro della Cultura, decise di scappare in opposizione al governo e di chiedere asilo in Italia. La famiglia si stabilì a Bologna dove vive tutt’ora. La giovane Maryan iniziò a lavorare nel sociale e a battersi per i diritti umani, campi dove non tardò a farsi strada: fece parte della Consulta nazionale degli immigrati e del ministero degli Affari sociali e attualmente è mediatrice culturale, esperta in immigrazione. Sposata con un milanese, due figli, è stata lei a perorare la causa di Sharifa, la donna somala tristemente nota per il suo calvario che all’epoca fece clamore.
L’abbiamo incontrata all’associazione Donne in rete di via Pancrazi, un distaccamento della Provincia di Milano sede dell’assessore Francesca Corso, dove un gruppo di donne opera per dare sostegno ad altre donne in difficoltà, immigrate e non solo. Si tratta di un team di africane di origini etiopi, nigeriane e somale, ognuna con la sua specializzazione. Sono giuriste, sociologhe e psicologhe in prima linea a battagliare su diversi fronti, uno fra tutti la prevenzione delle mutilazioni sessuali femminili: «Abbiamo in progetto di monitoraggio per indagare il fenomeno - spiega Maryan -. Ci sono realtà sommerse di cui si sa poco o nulla». Maryan ricorda di come soltanto qualche mese fa una nigeriana sia stata fermata dalla polizia a Verona mentre stava per mutilare gli organi genitali di una neonata. «Per la prima volta in Italia è stata applicata la nuova legge sulla prevenzione e il divieto di queste pratiche - dice -. Come associazione stiamo pensando a dei corsi rivolti a polizia e carabinieri per fornire gli strumenti adeguati a comunicare con persone che spesso sono vittime di ignoranza e antichi retaggi culturali».
È un lavoro delicato quello di Maryan e delle sue colleghe, fatto di sensibilità e conoscenza, dove è necessario capire le diverse culture per prevenire simili pratiche. Secondo lei episodi del genere contribuiscono ad alimentare i pregiudizi nei confronti degli immigrati? «Purtroppo sì - ammette -. La gente tende a ragionare con gli stereotipi. Mi spieghi perché quando si parla di Africa si pensa subito al degrado senza mai considerare che parte della società è evoluta. Gli investimenti dall’estero sono in crescita e abbiamo studenti eccellenti in grado di competere con il mercato globale. Lo stesso vale per i giovani immigrati che vivono e studiano in Italia. Di questo non si parla. Si preferisce dar risalto agli aspetti più oscuri dell’immigrazione. Fa più notizia».