Donne

«Se c’è un momento in cui non occorre avere le idee chiare è quando si comincia a scrivere». Grazie, cara Signora, fra le tante cose che mi ha dato, c’è anche la battuta per iniziare il pezzo. È stato un piacere conoscerLa, anche se «conoscere», ne convengo, è un verbo impegnativo. Allora diciamo assaggiarLa, visto che, in fondo, per cento pagine Lei mi ha parlato di quella cosa mutevole eppure sempre uguale che chiamiamo, quando abbiamo l’onestà e il coraggio di darle un nome, gusto. Gusto che all’occorrenza si declina in «classe», «stile», «tratto», «carattere», «intelligenza», «sensibilità», «memoria», «pensiero». Soprattutto pensiero, vien da dire, stante che Lei, cara Signora, pensa molto. Pensa e parla da sola, o con i suoi cani e i suoi gatti. «Pensare significa non pensare troppo», ammoniva con teutonica sintesi metallica un vecchio (con rispetto parlando) borghese come Lei, Robert Musil. Aveva ragione e torto insieme. Diciamo che ognuno di noi ha nel Dna la propria dose omeopatica di pensiero. Da non superare, se no entrano in gioco le complicazioni...
Ma, cara Signora, il guaio è che non ci sono più le complicazioni di una volta... Quelle che è bello leggere (gustare) nella Sua autobiografia snella, pungente, dolcissima che ha un titolo da tormentone: Bugiarda no, reticente (Einaudi, pagg. 104, euro 17). «Inventare una vita è più facile che viverla», Lei dice, cara Signora Franca Valeri, al secolo (anzi ai secoli, il XX e il XXI) Francesca Maria Norsa. Perché la vita è come un palcoscenico con il sipario sempre alzato, Natale, Santo Stefano e Ferragosto compresi, e il palcoscenico «è un vecchio dispettoso, la sua amicizia la fa pesare». Anche se poi, con il tempo, diventa «l’unica vera casa di un vero attore».
Tutto passa: il fascismo con le sue leggi razziali che non hanno minimamente scalfito la Sua «logica ebraica»; il dopoguerra con l’allegra brigata del Teatro dei Gobbi; i Sessanta; i Settanta e via almanaccando calendari su calendari e decenni su decenni, poiché questa sera, come ogni sera, si recita a soggetto. Per una donna, pardon per una Signora, passano anche gli uomini, che poi stringi stringi sono due, Vittorio (Caprioli) e quell’altro che ora Lei omaggia con queste inaudite parole d’amore: «Penso, chissà se è giusto, che quando si ama qualcuno è più affascinante possederlo con i gesti della tua vita che con quelli del sesso, ché con quelli sono capaci tutti, tutte in questo caso. Che una stesse nel suo letto mezz’ora prima d’incontrarlo certo non mi faceva piacere, ma se gli avesse lavato i capelli l’avrei uccisa». Perfetta sintesi di logica ebraica e cuore femminile.
Arrivaste a Parigi, voi dei Gobbi, un bel po’ di tempo fa, e Lei, ricordandolo, ci regala questa carezza letteraria: «Mentre eravamo in macchina, nel bosco di Fointainebleau, un fagiano ha sbattuto contro il nostro parabrezza. Ci siamo sentiti membri della corte di Francia». Ah, la Francia, com’era vicina, in fondo, a Piazza Cordusio e al tram che Lei prendeva tutte le mattine con una compagna di classe e amica carissima, l’anno in cui il Parini aveva una sede distaccata in Porta Garibaldi... E com’era vicina al teatro Gerolamo... E, soprattutto, alla Scala, con il bianco e il nero dei signori praticamente in uniforme, e gli altri colori distribuiti sugli abiti delle signore, e la luce dorata dell’immenso lampadario. Era la luce della ribalta. Quella della Comédie che avvolgeva Charlie Chaplin giunto al passo d’addio alla carriera. «Aspettava la notizia della nascita del suo ultimo figlio, ma in quel momento quel palcoscenico lo preoccupava di più. “Faccia Charlot”, gli ho detto. Lui mi ha guardato con un sorrisetto che voleva dire “Ci stavo proprio pensando”. Ha inalberato il suo celebre passo ed è entrato. Delirio. Il pubblico ama le sue glorie. Il palcoscenico si diverte a spaventarle».
Ma no, alle vere Signore la falsa modestia non si addice. Quindi Lei può scrivere: «A proposito, non so se è apparso nelle biografie dei colleghi, forse no: ne sono certa, è molto difficile recitare quando si è diventati bravi. Ogni minima perdita di equilibrio ti fa vergognare. Vorresti tornare indietro e ricominciare. Equilibrio è una parola molto espressiva, è il sintomo della responsabilità». Ecco: equilibrio e responsabilità. Gusto, stile e forma su un piatto della bilancia, autocritica sull’altro: ne esce una perfetta parità, il pareggio perfetto che risulta vincente su tutti i campi. Anche quello, più periferico e popolare, della televisione, con la Signorina Snob e la Signora Cecioni a raccontare l’Italia agli italiani, e alle quali bastano una leggera increspatura della bocca ben disegnata o lo sgranare dei begli occhi nocciola (perché Lei, se lo lasci dire, era e dunque è una bella donna, cara Signora Franca...) per certificare il trionfo annunciato. La Sua Mamma Cecilia e il suo papà Gigi ne vanno ancora orgogliosi.
Anch’io, spettatore non pagante, ne sono orgoglioso. Io che ho evidenziato, a margine delle Sue righe, i passi più intensi con una specie di parentesi tonda che somiglia tanto a un Suo sorriso. Così quando regalerò il Suo libro a una giovane donna che avrà sì e no un terzo dei Suoi anni, saremo in tre a sorridere: io, Lei e l’altra. Le basti sapere che ha anch’essa una bocca ben disegnata e bellissimi occhi color nocciola.