Le donnine chiuse nel cassetto di quel pornografo di KAFKA

da Londra
Non è facile demolire il mito che si è creato intorno a Franz Kafka (1883-1924), il tormentato e sofferto autore de La Metamorfosi, Il castello e Il processo, lo scrittore boemo di lingua tedesca incompreso dalla sua epoca, il Nostradamus mitteleuropeo che anticipò gli orrori dell’Olocausto.
Al di là della sua opera, l’immagine più intensa e più duratura di Kafka ci è stata tramandata dalle parole di Milena Jesensks, la donna che lo scrittore amò negli ultimi anni della sua vita, la quale nell’agosto 1920 lo descriveva al comune amico Max Brod come «un uomo profondamente lucido, così puro e così incapace di compromesso da essere costretto a vivere asceticamente», un uomo per il quale il mondo era «un segreto mistico».
Ora, secondo uno studioso di Oxford che ha riportato alla luce una collezione di riviste esplicitamente pornografiche tenute sotto chiave dallo scrittore nella casa che condivideva con i genitori a Praga, sembra che Milena conoscesse ben poco dell’uomo.
James Hawes, autore del libro Excavating Kafka (Quercus) - uscito ieri in Inghilterra -, già vent’anni fa mentre preparava il suo dottorato su Kafka all’Università di Oxford, indagando sul manoscritto originale del Castello aveva avvertito qualcosa di falso nell’immensa industria cresciuta intorno al suo mito. Impressione, secondo lo studioso, convalidata più tardi dalle scoperta delle riviste porno, delle quali gli accademici erano certamente a conoscenza, «perché in realtà - afferma Hawes nella sua disamina - nonostante il fatto che non se ne sia mai parlato, la pornografia di Kafka non è un segreto: era nota sin dalla sua prima biografia in cui Max Brod in una nota menziona con molto tatto “dei periodici cui eravamo abbonati insieme” e biografie successive, come quella epocale di Wagenbach sulla giovinezza di Kafka, l’hanno annotato». Inoltre le lettere dello scrittore a Brod rivelano esattamente dove tenesse nascosto questo materiale porno. Il mistero, semmai, è perché sia rimasto segreto, si chiede Hawes nel suo saggio, avanzando l’ipotesi - forse un po’ semplicisticamente - che prendere in considerazione la passione pornografica di Kafka significherebbe anche rivedere la sua intera vita letteraria. Insomma, gli accademici che sono di guardia al mito di Kafka avrebbero protetto a oltranza il loro idolo da ogni contaminazione. Tanto da trascurare persino il fatto che l’uomo che inviava le riviste pornografiche a Kafka negli anni 1906-1907 era lo stesso editore che per primo pubblicò i suoi racconti nel 1908, e che, in qualità di giurato nel maggiore premio letterario di Berlino, il «Fontane», fece in modo che lo scrittore praghese lo vincesse. Il riserbo degli accademici, secondo Hawes, non investe soltanto la faccenda della pornografia ma anche certi passaggi nei diari, in cui si parla di paure esistenziali che commuovevano tanto Brod e che in realtà non riguardavano nel caso specifico la stesura del Castello bensì una recente visita in un bordello.
«Sulla scorta di queste scoperte la luce della realtà storica filtra attraverso le crepe del mito agiografico», scrive Hawes. «Troviamo allora il figlio di un milionario che per tutta la sua vita adulta frequentava prostitute e bordelli; uno scrittore spalleggiato da una cricca influente e ammirato (e lo sapeva) da quasi tutti i maggiori autori di lingua tedesca dell’epoca; un leale cittadino asburgico con un impiego statale di alto livello sicuro fino alla fine che l’impero tedesco e quello austriaco avrebbero vinto la prima guerra mondiale; un uomo che non aveva intuito l’Olocausto più di ogni altro».
James Hawes oggi è un’autorità su Kafka, con un passato di scrittore satirico e brillante che lo ha fatto paragonare a Evelyn Waugh. È “inciampato” nella raccolta di riviste pornografiche durante le sue ricerche alla British Library e alla Bodleian di Oxford. Il contenuto, «sgradevole e inquietante», giustifica che fossero tenute sotto chiave, allora come oggi, benché il titolo delle riviste - Amethyst e Opal - non rivela alcunché del contenuto.
Nel 1906 lo stesso Franz Blei - che due anni dopo avrebbe brigato per accordare il premio «Fontane» a Kafka - pubblicò a Berlino una rivista, Amethyst, in un’edizione limitata riservata strettamente a un numero di abbonati. Una copia dimenticata in un albergo finì nelle mani della polizia asburgica che ne ordinò la chiusura per immoralità. Blei non si scompose e l’anno successivo ne pubblicò un’altra cambiando il titolo in Opal che non ingannò nessuno tranne i censori imperiali. Le immagini incriminate pubblicate su Amethyst e Opal sono inserite fra pagine e pagine che non hanno nulla (o quasi) a che fare col sesso: traduzioni di Keats ad esempio, forse un po’ audaci per i tempi, piuttosto che versioni di Verlaine o citazioni dai diari di Aubrey Beardsley, il famoso collaboratore di Oscar Wilde. Kafka, che era abbonato alle riviste, ne era un lettore entusiasta, tanto da lamentarsi con Brod dei ritardi (come scrive in una lettera del 2 febbraio 1906: «Che succede all’Amethyst? Ho qui i soldi pronti e aspetto...»). L’anno successivo in agosto si portò Opal in vacanza e in ottobre si rammaricava per un nuovo ritardo.
Il libro di James Hawes riporta solo alcune di quelle immagini «scandalose» (ma che viste oggi fanno sorridere...). Scritta in una prosa colta ma spiccia, in un tono dissacrante e al tempo stesso riverente, la biografia-scandalo Excavating Kafka aggiunge una dimensione in più all’angoscia dello scrittore, senza tuttavia togliere nulla alla sua opera. Hawes vorrebbe rivalutare Kafka non come lo scrittore claustrofobico de La metamorfosi ma come un autore di black comedies. In realtà questo nuovo “scavo” di Kakfa restituisce allo scrittore praghese tutta la sua umanità. Non più un idolo, ma un uomo: se non come tutti, come tanti. È anche l’opinione di Richtie Robertson, docente di Letteratura tedesca all’università di Oxford e grande studioso di Kafka: «Fra i tanti miti su Kafka si impone sempre quello diffuso dal suo amico Max Brod che fa dello scrittore una specie di santo. È salutare scoprire le prove che dopotutto era solo umano».