Doping, Basso contrattacca: "Pronto al test del Dna"

Dopo la riapertura dell'inchiesta sul doping da parte della procura del Coni il campione di Cassano Magnago si difende: "Giustizia a orologeria. Se fosse venuto fuori tutto a dicembre avremmo già chiarito. Invece mi fanno allenare come un mulo e prima del via mi fermano"

Non ce l’ha proprio fatta a stare lontano dalla bicicletta. Non ce l’ha fatta a restare in casa tutto il santo giorno a pensare e a ripensare a quello che è stato e a quello che sarà.
Due ore in bicicletta, con una dozzina di cicloamatori, sulle strade del Varesotto: tra Cassano Magnago e Gallarate. «Ho respirato un po’ d’aria buona, ho pedalato con alcuni miei tifosi che mi vogliono bene, che mi stanno vicino da tempo e mi hanno incoraggiato ad andare avanti e a non mollare. Ma io non mollo. Io vado avanti. Ho la testa dura e soprattutto ho una moglie che ha una pazienza infinita. Sicuramente Micaela è molto più paziente e forte di me».
Va avanti a testa bassa, Ivan. Soprattutto deve andare davanti alla Procura del Coni, che ha riaperto l’inchiesta dopo aver acquisito nuovi elementi sconvolgenti sul suo caso, che cambierebbe, e di molto, la sua posizione.

«Il 2 maggio sarò là, intanto per capire cosa c’è di nuovo sul mio conto. Il Dna? Ho già dato l’assenso alla mia squadra, a tutti, anche alla Procura in tempi non sospetti. Quel che mi dispiace è che per alcuni sono già spacciato. Fine».
Ivan Basso il giorno dopo ha il volto di sempre: da ragazzo perbene, che parla perbene di tutti.
«Non posso dire altrettanto di qualche mio collega: una delicatezza esemplare, un tatto che nemmeno un elefante potrebbe avere quando deve salire su uno sgabello».
Lui non è un elefante, perché ha la postura dell’airone, ma pare un leone in gabbia: ferito e rabbioso. «Cosa provo? Un grande senso di frustrazione – ci dice -. Se questa ennesima puntata fosse venuta fuori a dicembre o a gennaio, sarebbe già stata chiarita e archiviata. Nel bene o nel male. Invece arrivano puntuali a meno di due settimane della corsa questi nuovi documenti, questi nuovi elementi. Prima mi fanno allenare come un mulo e poi mi dicono: “Ci scusi, lei ora si ferma e ci fa capire...”. È una giustizia ad orologeria».
Rabbioso e pronto a far sentire le proprie ragioni è anche Massimo Martelli, il legale del varesino. «In vista della convocazione della Procura io non ho prospettato nulla: il 2 maggio andremo a Roma e lì prenderemo visione delle contestazioni che ci verranno mosse. Se ci sarà qualcosa di nuovo ne prenderemo atto e verificheremo se questo sia stato acquisito legittimamente. Sappiamo però che la Procura sta lavorando su una base che lei stessa definisce “anonima”».

Vizi di forma, che per Martelli diventano sostanziali, ma c’è anche una questione di equità, diciamo pure di etica.
«Sappiamo che in Spagna ci sono 223 sacche, tra quelle di sangue e plasma, ci è dato sapere che nove sono state identificate come quelle di Ullrich, sappiamo poi che ci sono coinvolti altri 57 corridori: se l’Uci e le istituzioni vogliono trasformare questa inchiesta nel caposaldo di una esemplare lotta al doping, dobbiamo arrivare a dare almeno un’identità a 150 sacche. Se vogliamo che il problema doping venga risolto, dobbiamo chiedere a tutti i corridori di prestarsi a questo esame. Non possiamo pretendere che sia solo Basso a farlo».
Questa è la forma, la sostanza è e resta una sola: Ivan è pronto a sottoporsi a questo tipo di test? «Prontissimo».