Doping di coppia Frigo e signora arrestati al Tour

La moglie del corridore italiano, già espulso dal Giro 2001, pescata con l’Epo nel bagagliaio. I due messi in libertà vigilata

Cristiano Gatti

nostro inviato a Briançon

Chiedo personalmente scusa: mi sembra ogni volta di raccontare la stessa storia. Il ciclismo, i grandi giri, il doping. E le perquisizioni, e gli arresti, e gli scandali. Che dire: sono di nuovo qui, puntuale col racconto-depressione. In questo caso, la solita storia non è un modo di dire: fatti e protagonista sono uguali a quelli già incontrati nel 2001, in occasione del celeberrimo blitz di Sanremo nelle stanze del Giro d'Italia. Dario Frigo, faccia d'angelo: ancora lui. Stavolta, quasi una soap-opera di stampo domestico, ci mette di mezzo pure la moglie Susanna. Teniamoci forte, siamo ai confini della realtà.
Come in un'altra storia anch'essa già raccontata, quella dei Rumsas, abbiamo un caso di doping coniugale. L'altro giorno, la signora Susanna viene fermata dai gendarmi al casello autostradale di Albertville. Soffiata? Normale controllo di routine? Conta il risultato: nell'auto ci sono dieci fiale di Epo, la magica sostanza che rimette in piedi i mortaccioni, leggendaria formula chimica negli anni Novanta, ora bandita e braccata da tutti gli sport del mondo. Inutile dire che la donna viene subito accompagnata in caserma e lì bloccata: come in Italia, prima ancora che in Italia, in Francia il possesso e l'uso di doping sono reati penali.
Passano le ore, si fa sera. Dopo l'arrivo a Courchevel, Dario Frigo cerca la moglie per telefono. Lei ovviamente non risponde. A cena, il corridore confida la sua preoccupazione al direttore sportivo Bruno Cenghialta: «Non riesco a parlare con Susanna. Sono in ansia. Non vorrei fosse successo qualcosa. Domattina provo a contattare la gendarmeria...».
Basta la parola. Alle sette e trenta di ieri, la gendarmeria gli si presenta direttamente in camera, nell'Hotel Mercure di Courchevel. All'insaputa della sua stessa squadra, Frigo viene portato anch'egli ad Albertville, dove passa l'intera giornata sotto interrogatorio. Lui e lei, davanti al giudice istruttore. Rispetto alla famiglia Rumsas, pare che i Frigo non provino nemmeno ad inventare barzellette del tipo «le fiale servivano alla zia anemica». Si parla di piena collaborazione. Ma su questo ci sarà tutto il tempo di approfondire nel corso dell'inchiesta. Per il momento il giudice è soddisfatto e in serata rimette in libertà vigilata la coppia.
Come definire, intanto, questo incredibile bis di Frigo? Forse, bastano le parole del suo team-manager, quel Giancarlo Ferretti considerato uno dei padri storici del ciclismo italiano: «Frigo è una canaglia. Ci ha tradito. Deve sparire per sempre dalla circolazione». Tra le moltitudini di afflitti, di increduli, di feriti, Ferretti è sicuramente il più tramortito di tutti. Lui, dopo il clamoroso scandalo del 2001, aveva concesso a Frigo una prova d'appello, riprendendolo in squadra. Il corridore, reo confesso di un doping poi beffardamente risultato acqua salata, sembrava pentito. Aveva pure pagato con una squalifica di sei mesi. «Sembrava avesse imparato la lezione...», spiega Ferretti. Sembrava. Ma nelle grandi emergenze, come il doping va doverosamente definito, l'indulgenza e il pietismo non sono lussi che ci si possa permettere. Possono diventare boomerang tremendi, se mal riposti. Nel caso della Fassa Bortolo, la più prestigiosa e la più organizzata squadra italiana degli ultimi anni, puntualmente il boomerang torna a cadere in casa, provocando danni ingenti. Proprio nel momento in cui si discute se rinnovare l'investimento (otto-dieci milioni l'anno), si riapre uno scandalo internazionale. A questo punto, inutile specificarlo, le prospettive si fanno nerissime.
Quelle di Frigo e di sua moglie, ovviamente, pure peggio. Di certo, in un prossimo futuro li attende un processo penale. Difficile poi intravederne altre. Mentre gli organizzatori del Tour e gli stessi investigatori tengono a precisare che si tratta di un caso isolato e personale, Frigo ha già tutta l'aria di un ex corridore. Il ciclismo, colpevolmente, ha digerito e riabilitato fior di colpevoli, ma francamente risulta impensabile che un giorno riesca a ritrovare un posto anche a lui. Sulla sua testa, pende la rabbiosa condanna dell'intera carovana: troppo spudorato, per meritare solidarietà.