Doping, nel fango di Cera finisce anche Ramzi mercenario dell’atletica

Cancellate quelle foto del mercenario che sventola il bandierone red & white: sono fasulle. Ci aveva intortati tutti così: «Non avrei immaginato neppure nei sogni di vincere un oro olimpico. Ma il sogno non si è avverato dal nulla, ho dovuto lavorare sodo per raggiungerlo». Lavorare sodo. Vero. Peccato che Rashid Ramzi non avesse spiegato cosa intendeva per lavoro sodo. Diciamo corsa alla Cera e tutti intendono: doping, la superEpo di ultima generazione. Il marocchino del Bahrein passerà alla storia, sempre che non passi sotto le forche dei sultani. È lui l’oro olimpico dell’atletica (1500 metri) accusato dai controlli antidoping che stanno ancora rovistando nelle provette dei Giochi di Pechino. Pescato in compagnia della marciatrice greca Athanasia Tsoumeleka, oro ad Atene, 20ª a Pechino, e che a gennaio aveva già annunciato la positività, della ottocentista croata Vanja Perisic, eliminata nelle batterie, e della pesista dominicana Yudelquis Contreras.
E il Bahrein torna a scomparire dal medagliere al quale era approdato come una vergine pellegrina che aveva finalmente pescato il suo divin rampollo. Ce l’aveva fatta quel 19 agosto in cui Ramzi, nello stadio del Nido, mise tutti a lingua di fuori. Lui agli altari e il Bahrein, fazzoletto di terra di 250 miglia quadrate e 708mila anime, finalmente nella memoria delle Olimpiadi, dopo 139 nazioni, che l’avevano preceduto, e 12.738 medaglie distribuite al mondo. Una straordinaria ora per la storia sua e dello sport. Peccato che l’eroe fosse fasullo e quella medaglia un tarocco, un’illusione. Il gioco del mercenario africano va di moda nell’atletica. Danari contro successi. I keniani hanno tracciato una strada, Ramzi ha contraccambiato la novella patria con medaglie e titoli: nel 2004 ha conquistato il mondiale indoor a Siviglia, nel 2005 ha vinto 800 e 1500 ai mondiali di Helsinki, il primo a riuscire nella doppietta che non capitava da Tokyo 1964 grazie alle gambe, si presume oneste, del neozelandese Peter Snell. Poi l’argento nei 1500 mondiali a Osaka 2007.
Ricorda Christian Obrist, azzurro tra i finalisti dei 1500 a Pechino, finito al 12° posto. «Io ero cotto e quelli davanti freschi come rose. Ma su Ramzi giravano voci». Sì, qualche segnale c’era stato. Per tanti. Ieri lo raccontava anche Gabriele Rosa, l’allenatore dei keniani d’Italia. Non tutto era chiaro: il tipo compariva e scompariva a seconda dell’annata. Ramzi aveva coronato la carriera dopo qualche chiaro-scuro e alcuni problemi ai tendini del ginocchio sinistro. Nel 2004 corse i 1500 metri, al Golden Gala di Roma, abbassando il suo record di nove secondi. Sembrava una freccia. Due anni dopo, sempre a Roma, scese ancora.
Figlio di un muratore, cresciuto a Safi, Ramzi aveva deciso di arruolarsi nell’esercito dei sultani nel 2002: ben pagato e libero di allenarsi dove volesse. Prima delle Olimpiadi passò due mesi in quota ad Albuquerque, decise di correre anche i 5000, oltre ai 1500. Chiara la necessità di contraccambiare i padroni del sultanato. L’oro olimpico era un cambio-merce troppo ghiotto per tutti. Prima e durante i Giochi, Ramzi è stato sottoposto ad otto controlli. Nessuno aveva pensato alla Cera. Ora ha chiesto di assistere alle controanalisi: c’è sempre un filo di speranza. Poteva essere l’erede di Hicham El Guerrouj, nonostante il passaporto fasullo. Invece finirà come un mercenario e dovrà consegnare la sua medaglia al keniano Kipruto Kiprop che arrivò secondo. Per un marocchino, una sconfitta nella sconfitta.