«Il doping è un problema perché nessuno controlla»

Sul problema doping, a furia di tenere l’acqua in bocca, il mondo del golf rischia veramente di annegare: il recente caso Barron in America e le ancor più recenti accuse di Veronica Zorzi lanciate proprio da queste pagine lo stanno ampiamente a dimostrare.
Francesco Viti de Angelis, uno dei responsabili antidoping della Federazione Italiana Golf, è certo che «di fronte alla potenza muscolare di alcuni giocatori, il dubbio del ricorso agli anabolizzanti non può non venire. E l’urgenza doping ormai è un problema nei confronti del quale non ci si può permettere di infilare la testa sotto terra come degli struzzi».
Si spieghi meglio.
«Dunque: quest’incredibile esplosione di forza può dipendere da un serio lavoro in palestra. Ovvio. Ma la domanda che deve sorgere spontanea è: come possono questi professionisti lavorare così assiduamente in sala pesi, quando sono in giro per il mondo praticamente undici mesi all’anno? Inoltre, per ottenere questi progressi fisici, dovrebbero lavorare così tanto con un personal trainer, da non avere poi il tempo per allenare seriamente il loro swing».
Dunque il problema doping nel golf esiste?
«Purtroppo sì. Fortunatamente in Italia da dieci anni la Federazione si muove nella tutela di un golf onesto, con una politica molto seria a riguardo».
In cosa consiste?
«Innanzi tutto ogni anno scegliamo otto dilettanti e otto professionisti azzurri, i cosiddetti “giocatori in RTP”, che vengono regolarmente tenuti sotto controllo. In più effettuiamo test antidoping a sorpresa sia tra i dilettanti nei campionati nazionali e internazionali, sia tra i professionisti negli Open che si disputano in Italia».
E avete mai trovato giocatori positivi?
«I casi sono stati pochissimi e quasi sempre si è trattato di cannabis, purtroppo esiste tanta superficialità e disinformazione. Naturalmente abbiamo provveduto a una sospensione. Però, c’è un però…».
Qual è?
«Il vero, unico problema è che la Fig può testare solo ed esclusivamente i golfisti italiani, siano essi amateur, o pro. Non si può invece muovere nei confronti degli stranieri, perché, nel caso dei dilettanti, le altre federazioni non hanno la nostra stessa politica antidoping, mentre, nel caso dei professionisti, è la Pga a doverli seguire».
E la Pga effettua i controlli?
«Quasi mai, perché costano troppo. Quindi può accadere che un italiano arrivi secondo in un Open e venga testato dalla Federazione. Allo stesso tempo, uno svedese può vincere quello stesso torneo e non essere controllato. Il che è assolutamente ingiusto oltre che penalizzante per i nostri atleti. E comunque, quand’anche la Pga effettua dei test, questi non sono mai condotti a fine gara nei confronti del vincitore del torneo».
E quando sono effettuati, invece?
«Durante i primi tre giorni di gara e il nome del giocatore viene estratto a sorte».
Il Coni o il Ministero della Salute potrebbero intervenire?
«Purtroppo no, perché esiste già una competenza di un organismo internazionale, in questo caso la Professional Golf Association».
Come si può uscire allora da questa impasse?
«Personalmente, anche per sanare le lamentele degli italiani, come quella giustissima di Veronica Zorzi di qualche giorno fa, voglio lanciare una proposta di collaborazione alla Pga europea: se il Tour non riesce a sostenere il costo dei test, allora, almeno per quanto riguarda gli Open che si disputano in Italia, perché non lascia carta bianca a noi della commissione antidoping della Federazione?».
A questo punto, si attende una risposta.