Doping, Riccò confessa: "Un errore soltanto mio"

Il ciclista trovato positivo durante il Tour de France per l'Epo di ultima generazione davanti al procuratore Torri: "Mi sono preso le mie responsabilità. Ho assunto la sostanza che sapete". Poi le scuse: "Ai tifosi e alla squadra"

Roma - "Davanti alla procura antidoping mi sono preso le mie responsabilità. Prima del Tour ho sbagliato, ho assunto la sostanza che tutti sapete. È stato un errore soltanto mio". Così Riccardo Riccò, trovato positivo durante la Grande Boucle ha confessato davanti al procuratore del Coni Ettore Torri l’uso dell’Epo di ultima generazione, la Cera. Il corridore era assistito da due avvocati: Alessandro Sivelli e Valeria De Biase, rappresentanti dello studio Ascari.

L'udienza Davanti alla procura antidoping, nel corso della prima udienza allo stadio Olimpico, il corridore emiliano ha ammesso di avere assunto sostanze proibite alla vigilia del Tour, sottolineando di averlo fatto per conto proprio. "È stato soltanto un mio errore - dice Riccò - anche per questo ho rifiutato di inoltrare la richiesta per le controanalisi. Il mio pensiero va anche alla squadra, perché per colpa mia qualcuno può aver perso il lavoro. Penso anche ai miei compagni del team che, sempre per causa mia, hanno dovuto rinunciare a proseguire la loro avventura al Tour de France". Riccò aggiunge un particolare: "Al Tour mi hanno sottoposto a diversi controlli antidoping, ma solo in due di essi è venuta fuori la sostanza che avevo assunto. Sono venuto davanti alla procura antidoping per togliermi un peso, perché mi sento in colpa e in dovere di scusarmi anche nei confronti dei miei tifosi". Quindi un pensiero al futuro: "Non penso minimamente a tornare in bicicletta. Me ne vado in vacanza, poi forse tornerò a lavorare con mio padre".

Cambio di strategia E' cambiata dunque la strategia del ciclista emiliano che, all'indomani del fermo da parte della gendarmeria francese, si era difeso dicendo di aver assunto soltanto vitamine e aveva richiesto le controanalisi. La decisione è stata presa insieme alla famiglia, scaricando i manager del corridore (i fratelli Carera) e affidando la difesa all'avvocato Odoardo Ascari, già difensore di Giulio Andreotti nel processo per le accuse di mafia. Un cambio di strategia dettato anche dall'intransigenza che avevano lasciato trasparire le prime dichiarazioni del procuratore Torri orientato a chiedere la radiazione del ciclista in caso di difesa a oltranza. In questo modo, collaborando con la procura antidoping, il legale di Riccò tenta di arrivare a uno sconto di pena per il suo assistito.

L'Epo Riccò riscostruisce davanti a Torri tutta la sua vicenda: "Dopo il Giro d’Italia non avevo in programma di partecipare al Tour. Ero stanco sia di testa che fisicamente, allora ho deciso di fare questo errore di gioventù - spiega -. Ho assunto la sostanza prima di partire per il Tour, è stato il fascino della corsa a spingermi a fare questo. Su internet si trovano tutte le informazioni necessarie: se l’ho preso, ero convinto di non rischiare. Non sono stato consigliato da nessuno". Quindi lo sfogo verso le due ruote: "La cosa che mi ha ferito di più in tutta questa vicenda è stata l’ipocrisia dell’ambiente del ciclismo".