Doping, rispunta un fax col nome di Basso

Nuovo polverone dopo lo «scoop» di un giornale tedesco su un foglio del dottor Fuentes riferito a Ivan e Ullrich

Pier Augusto Stagi

Dicono nelle redazioni dei giornali: non c’è nulla di più inedito di ciò che è già stato pubblicato. Diventa però notizia gustosa e interessante se a ripubblicare una notizia data in Italia (il 5 luglio, Gazzetta dello Sport) è un giornale tedesco. È successo ieri: il quotidiano Süddeutsche Zeitung pubblica come scoop la fotocopia di un fax che metterebbe spalle al muro i corridori finiti nell’inchiesta Operación Puerto: Ullrich e Basso su tutti. Un fax, che i colleghi alemanni spacciano come prova inedita e risolutiva, dimostrerebbe il legame fra i ciclisti e il dottor Fuentes nell’affare di sangue e doping. In pratica un foglio bianco, con incisi a mano sette nomi. Punto. Le agenzie rilanciano la notizia, i siti di mezzo mondo a loro volta la riprendono.
L’effetto domino è scontato e riporta al centro della questione Ivan Basso, che nel frattempo si allena, tutti i santi giorni, e aspetta paziente e impaziente di essere ascoltato dalla procura del Coni il prossimo 29 agosto, a Roma. «L’ho già detto e lo ripeto: sono in silenzio stampa, scusatemi, ma parlerò solo e soltanto alla procura del Coni – dice il varesino -. Non vedo l’ora di spiegare tutto a chi è deputato ad ascoltare quello che ho da dire. Io mi sto allenando, anche a portare pazienza».
«C’è poco da dire – spiega Renato Di Rocco, presidente della federazione ciclistica italiana -. Tutta questa vicenda è nata e si è alimentata lontano da uno stato di diritto. Il ciclismo in questo momento è in balia dei venti. Ognuno può fare e dire quello che vuole, senza che nessuno muova un dito. Tutto nasce da una mancanza di governo forte e capace. A Strasburgo l’Uci è stata assente e le squadre si sono trovate a decidere per conto di altri, solo sulla base di sospetti, ancora oggi tutti da provare. Questi corridori, nessuno escluso, sono stati rimandati a casa dal Tour senza il benché minimo elemento probante. Questo non è tollerabile». Gli fa eco Alcide Cerato, presidente del ciclismo professionistico. «L’Uci deve intervenire, fare chiarezza, riprendere in mano il movimento. Basso e chi è nella sua situazione è da 40 giorni che attendono di essere ascoltati, ma tutto è fermo, tutto va a rilento. Noi siamo per la lotta al doping, ma non per una giustizia sommaria e basata su elementi che non provano nulla. I corridori vanno perseguiti se sbagliano e puniti pesantemente se ritenuti colpevoli, ma devono essere presi con le mani nel sacco: questo è pacifico. Qui, invece, assistiamo ogni giorno a una serie di processi a mezzo stampa, dove i corridori sono già ritenuti colpevoli prima ancora che sia provato e gli sportivi non capiscono cosa stia mai succedendo. Una cosa è certa: avanti di questo passo il conto più salato lo pagherà solo il ciclismo. Sarà tutto il movimento, nessuno escluso, a pagare il prezzo più salato».