Doping&ciclismo C’è una ricetta: la radiazione

Però, quanto stupore. Il mondo è sottosopra per una scoperta sconvolgente. L'uscita - dai gangheri - del procuratore Coni Ettore Torri, che con una picconata in stile terza età di Cossiga rivela la diffusione del doping nello sport, sta agitando le acque come uno tsunami epocale. E per fortuna che salta su il piemme del Coni ad avvertire tutti quanti. Altrimenti noi si pensava che lo sport fosse un giardino incantato, popolato da fatine garbate e gnomi bonaccioni.
Forse è il caso di riordinare le questioni, mettendole in fila per importanza. La prima, generale: se davvero qualcuno riesce a choccarsi per le parole di Torri significa che fino all'altro giorno ha vissuto in una bomboniera. Dev'essere ben chiaro: il doping sta con lo sport sin dalla sua nascita. Persino negli antichissimi giochi olimpici: lottatori e pugili venivano imbottiti di sostanze per acquisire coraggio e ignorare il dolore fisico. E anche senza scomodare la preistoria, basta restare alle olimpiadi moderne: da Dorando Pietri in poi, passando per i poetici miti di Coppi e Ben Johnson, sempre gli atleti hanno assunto sostanze chimiche per essere più forti, o comunque per non indebolirsi dopo la fatica. Dunque, conviene metterci il cuore in pace: il doping c'è, c'è sempre stato, sempre ci sarà. Come le rapine agli uffici postali e come gli eccessi di velocità. L'uomo, qualche uomo, cercherà sempre di barare. La vera questione è come braccare, arginare, sanzionare il fenomeno. Questa sì è una materia interessante: sino a quando il doping continuerà ad essere un ottimo investimento per i giovani - rischio massimo due anni di squalifica, ampi sconti collaborando un po' con Torri, poi di nuovo in pista belli come il sole -, sino a quando cioè non si arriverà alla radiazione istantanea dei colpevoli, il reato resterà fondamentalmente una scommessina facile facile, alla faccia dei toni indignatisismi di questi giorni.
A seguire, seconda questione. Molto seria. Il ruolo del picconatore Torri. Per sua natura, il procuratore del Coni dovrebbe essere sereno e sgombro di pregiudizi. Dovrebbe pensare soltanto a individuare colpevoli, a incastrarli con le prove e a spedirli davanti al giudice. Invece, sale sul pulpito e lancia anatemi. Esprime opinioni. Spara persino la paradossale idea di liberalizzare le droghe. E' inaudito. Il signor Torri si sarà anche dimostrato bravissimo fino ad ora, per esempio impallinando Valverde, ma evidentemente non parliamo più della stessa persona. Prima era un ottimo giudice, adesso è uno scamiciato opinionista, pronto per Biscardi o giù di lì. Allora, prendiamone atto e vediamo di regolarci. Il Coni non può più lasciarlo al suo posto. Come si può pensare che faccia giustizia giusta un tizio già convinto della colpevolezza di tutti quanti? Un tizio così mette solo paura.
Dunque, la terza questione. Fanno benissimo quanti si sentono offesi a querelarlo (ha già cominciato il vecchio Noè, oltre 40 anni e ancora in sella). Mettiamoci nei panni di un ciclista innocente. Mettiamoci nei panni, ad esempio, di Basso e Nibali che hanno vinto Giro e Vuelta senza incidenti di doping. Delle due, l'una: o Torri dimostra che sono tutti dopati, come ha sparato l'altro giorno, e dunque pure la coppia Basso-Nibali, oppure, una volta tanto, risponda con un bel risarcimento danni della sua esternazione. Cinque, sei milioni di euro per il fango gettato su un grande marchio come Liquigas, che investe tanti soldi su Basso e Nibali, ma anche sulla pulizia dello sport. Sarebbe ora che ciascuno rispondesse delle proprie sassate. Perché il piemme Torri può sparare qualunque cosa, senza che nessuno gli chieda conto? Vogliamo forse dire che tutti sono disuguali davanti alla legge?