Doppia beffa dei giudici: no al Pdl e si vota subito

RomaL’ottavo «no», arrivato mentre il popolo del Pdl ascoltava Silvio Berlusconi sul palco di San Giovanni, sa quasi di beffa per il Pdl. La quinta sezione del Consiglio di Stato ha respinto ieri sera l’appello presentato dal Pdl contro la decisione del Tar del Lazio che mercoledì scorso aveva a sua volta respinto la richiesta di sospendere il provvedimento di mancata ammissione della lista provinciale di Roma. Una decisione che mette la parola fine alle speranze del primo partito italiano di correre nella provincia che comprende quasi tre quarti dell’elettorato laziale.
Il verdetto non ha sorpreso nessuno. A sorprendere, invece, è il fatto, che suona quasi come uno sberleffo verso il Pdl, che i giudici di Palazzo Spada abbiano alfine dichiarato applicabile anche nella Regione Lazio il cosiddetto decreto «salva-liste». Nell’ordinanza infatti i giudici amministrativi non è il decreto a far difetto, ma qualcos’altro. Per i giudici di Palazzo Spada, infatti, «non deve ritenersi raggiunta la prova della sussistenza di una delle condizioni per la presentazione della lista entro il nuovo termine fissato dal dl, mancando la dimostrazione del possesso in capo ai delegati della prescritta documentazione e non potendo essere condivisa la tesi degli appellanti circa la necessità della sola prova della presenza nei locali del tribunali all’orario prescritto».
La validità a orologeria del decreto salva-liste nel Lazio spunta in extremis come il cacio sui maccheroni nel piatto del centrosinistra. Grazie a questa sorta di giustizia à la carte, Esterino Montino, vicepresidente della Regione Lazio, può dare via libera al voto del 28 e 29 marzo, escludendo l’ipotesi di un rinvio richiesto da Vittorio Sgarbi. «Sapete qual è la nostra posizione rispetto a quel decreto, che reputiamo un’invasione di campo - spiega Montino - ma fino a prova contraria il decreto è norma, proprio per evitare che si facciano cose diverse dalla legge, rispettiamo anche quei contenuti che abbiamo impugnato». Insomma, quando si è trattato di tener fuori la lista del Pdl dalla scheda, il decreto era carta straccia. Ora che serve ridurre la campagna elettorale cui una lista ha diritto da 14 a 6 giorni, è brutto ma buono...
Naturalmente il più arrabbiato è Vittorio Sgarbi, che fa fuoco e fiamme. A caldo il critico d’arte, nonché capolista della lista Rete Liberal-Sgarbi che è stata riammessa dal Tar mercoledì scorso, non pesa certo né parole né parolacce: «Hanno deciso così di perdere le elezioni. Dove potrebbero applicare le regole non lo fanno. È il fascismo globale. Sono dei mascalzoni e delinquenti, peggio dei comunisti e vanno presi a calci nel c... E sono pure pedofili». Più misurate le parole dopo qualche minuto di calma: il mancato rinvio delle elezioni da parte della Regione Lazio resta un atto di «fascismo sostanziale», dice Sgarbi. «Per quanto riguarda me e la mia richiesta di proroga, mi pare illogico non concedermi i venti giorni di proroga visto che si è voluto punire il ritardo del Pdl nella presentazione della lista. Se avessero fatto i conti in maniera corretta, io sarei entrato quando sono entrati gli altri. È una questione di giustizia, mentre per loro è una ragione di opportunità. Mi pare che si applichi la regola in modo rigido per quanto riguarda la lista del Pdl e in modo elastico nella questione che riguarda me».
Pochi minuti dopo si passa al portafogli e il portavoce della Rete Liberal-Sgarbi Roberto Amiconi annuncia la presentazione nelle prossime ore di una richiesta di risarcimento danni per 20 milioni di euro. «Posticipare le elezioni era un nostro diritto - dice Amiconi - il rifiuto deciso da Montino danneggia in maniera assurda la lista Rete Liberal Sgarbi e tutto il centrodestra: questo è il motivo della nostra richiesta di risarcimento». I legali della lista di Sgarbi nelle prossime ore acquisiranno la documentazione con la quale la Regione Lazio ha motivato il mancato rinvio delle elezione regionali e valuteranno in maniera approfondita se presentare oggi stesso ricorso.