Doppia fiducia sull’Afghanistan, vincono i ribelli

Roberto Scafuri

da Roma

Se si guarda alla realtà, la notizia arriva da Bruxelles. Dove il Consiglio della Nato ha dato il suo via libera all’estensione al Sud dell’Afghanistan della missione Isaf, che da lunedì dovrebbe sostituire, con forze di pace olandesi, la missione Enduring freedom (per la quale, ha assicurato il governo in commissione, non viene impegnato alcun soldato italiano). Vale a dire che all’operazione di carattere bellico contro il terrorismo, e a guida americana, in vaste aree del Sud verrà avvicendata quella di sostegno all’autorità nazionale afghana. «Un fatto davvero positivo - commenterà il sottosegretario alla Difesa, Lorenzo Forcieri -, che conferma come man mano nel Paese vada estendendosi il controllo governativo e la sicurezza per i civili. Se vogliamo, conferma una volta di più che è giusto essere lì...».
Giusto esserci. Ma giusto anche affrontare quel po’ po’ d’«ammuina» (come ieri l’ha definita Andreotti) che non manca di tenere banco in Parlamento e il governo con il fiato sospeso da mesi. Il premier ieri ha rotto gli indugi, giudicando «abbastanza naturale» il ricorso al voto di fiducia sul ddl di rifinanziamento della missione afghana. «Dal governo precedente la fiducia è stata messa tantissime volte - si è giustificato Prodi -, eppure avevano una maggioranza bulgara... Credo che in questo caso, proprio per la delicatezza del problema, la fiducia possa benissimo essere messa». Le fiducie, come ha stabilito la capigruppo di ieri pomeriggio, saranno in realtà due: una verrà posta già oggi alle 11 sul contestato articolo 2 del ddl e votata entro le 21. La seconda venerdì mattina, sull’intero provvedimento, per essere votata intorno alle 12. Con la fiducia svanisce la possibilità di un voto favorevole dell’opposizione, che pure nelle commissioni Affari costituzionali, Esteri e Difesa aveva contribuito al licenziamento all’unanimità del ddl. Riservandosi, appunto, il voto contrario in aula, qualora fosse stata posta la questione di fiducia. Indignato il leghista Castelli, che ha parlato di «umiliazione del Senato». Toni giudicati strumentali dalla capogruppo ds, Anna Finocchiaro.
Saranno invece sottratti alla votazione gli ordini del giorno della sinistra radicale, otto in tutto, che ricalcano sostanzialmente i punti della mozione già approvata alla Camera, e che verranno accolti dal governo. Un «giallo» per buona parte della giornata ha riguardato l’ultimo degli otto, che riguarda il controllo del transito di materiale bellico sul territorio italiano (questione sorta dopo le voci che segnalavano la presenza delle superbombe «bunker buster» nella base Nato di Camp Derby, vicino Pisa, destinate al rifornimento dell’aviazione americana). La trattativa tra i capigruppo e il ministro dei Rapporti con il Parlamento, Vannino Chiti, dovrebbe aver sciolto il nodo: l’odg a tarda sera è stato riformulato in modo che il governo oggi possa accoglierlo in aula.
Grande la soddisfazione dei cosiddetti «ribelli». Il senatore rifondatore Claudio Grassi ha sottolineato come una battaglia isolata abbia «conseguito il risultato di tenere sotto l’attenzione generale la questione afghana e aprire il dibattito sulla nostra presenza in quel Paese. Domani (oggi, ndr) sul Manifesto ci sarà un appello dei 15 senatori che hanno condiviso la nostra posizione, difficile perché nessuno voleva far cadere il governo. Ma al prossimo rifinanziamento saremo ancora di più a chiedere una via d’uscita dall’Afghanistan...». Per Grassi la fiducia consente anche «di chiudere le porte a un allargamento al centro della maggioranza, e mi sembra un obbiettivo importante». Meno entusiasta Manuela Palermi, capogruppo dei Verdi-Pdci, secondo la quale l’intesa «è solo un piccolo passo per un cammino che porti a breve al rientro dei militari italiani». La Palermi si augura che «giorno dopo giorno questo governo dimostri una netta discontinuità...». Si comincia già oggi, con gli attesi 157 «sì», più gli essenziali cinque dei senatori a vita (Ciampi e Scalfaro dovrebbero essere assenti) e quello dell’argentino Pallaro.