La doppia Rosy Bindi: una giacobina tenera con chi stupra

In Veneto tolse la tessera a tutti i dc indagati. Ora attacca chi considera "bestie" i violentatori

L'ultima volta che ha caricato a testa bassa è stato l'altra sera a «Porta a Porta». Il ministro Ronchi dice che «chi stupra una quindicenne è una bestia». E lei risponde che «non c'è bisogno di scomodare la categoria della bestia», sottolineando il valore della rieducazione. A telecamere spente, Ronchi le offre un bacio di riappacificazione, ma la «Rosy nel pugno» scalcia: «Non ti do baci perché è un'aberrazione dire che chi stupra è una bestia».
Maria Rosaria è fatta così. Quando parte l'embolo e le guance toscane si arroventano, ecco che s'impunta come una bibliotecaria comunale cattocomunista, di quelle col tacco basso e le calze contenitive, che ti fanno la sgridata se tardi a riconsegnare il libro. Poco importa, come le dice Ronchi, che «così facendo continuerete a perdere le elezioni per altri 30 anni». La Giovanna D'Arco del Pd continuerà a fare di testa sua, come ha sempre fatto, da ultimo cominciando a picconare la nomea di Sorella Coraggio ultracattolica.
Nessuno, ad esempio, si aspettava che una cresciuta a pane e parrocchia, una che «d'estate cammino e prego», una che a Roma dormiva alla Domus Mariae come una collegiale in trasferta, insomma una come Rosy Bindi dovesse assegnare il suo nome alla legge sulle coppie di fatto. La famosa Bindi-Pollastrini, che la trasformò nella Rosa Luxemburg dei girotondini e dei no global. Non ci credeva nemmeno la firmataria: «Ho avuto paura di dannarmi l'anima, ma sono convinta che i Dico non siano peccato, ma semi di bene», diceva stringendo in una mano il ddl e nell'altra il breviario dei salmi. Insomma: anche Rosy Bindi, a modo suo, si sta aggiornando. Forse stufa di fare notizia per fatti obiettivamente frivoli, come quando andò a dire, su Grazia, di «essere dimagrita otto chili in due mesi» e di concedersi, in tivù, «un filo di trucco». Adesso sostiene il Cavalier Reggente del Pd, dopo che alle primarie del partito si era candidata «contro l'unanimismo di facciata del ticket Veltroni-Franceschini». De Gregori la voleva leader dell'Ulivo, c'è chi sostiene che se non fosse donna lo sarebbe già. Lei, in qualche modo, s'era chiamata fuori: «Se fossi uomo mi sarei fatta prete».
Peccato, però: perché al contrario delle cattiverie di Sgarbi, secondo cui «la Bindi è più bella che intelligente», onore al merito di colei che riesce ad abituarsi al più nutrito catalogo di soprannomi della politica: «la pulzella d'Orleans», «la Donna delle Pulizie», «Il sosia di Ermete Realacci», fino allo scostumato «l'Extravergine d'Ulivo». Ormai ci ride sopra, ma maledetto quel giorno del '93 quando rilasciò un'intervista a Famiglia Cristiana in cui le scappò la confessione sull'illibatezza. «Da allora sono ossessionata dalle curiosità». Siccome oggigiorno i veri trasgressivi sono gli «iconocasti», nel suo caso i contenuti politici soccombono spesso a quelli biografici.
«Non vado al mare da trentacinque anni, le mie vacanze oggi e sempre sono caste, niente bikini, mi rifugio a Borca di Cadore, camminate toste, colazione al sacco», dice santa Rosy da Sinalunga, colline senesi, figlia di un impiegato del consorzio agrario, un debutto nelle Acli e nell'Azione Cattolica. Nome da martire e diminutivo da lap dancer, all'età in cui si gioca con le bambole, «io mi dicevo la messa da sola, ma già sognavo la politica perché riuscivo meglio nell'omelìa». All'età delle discoteche e degli amori estivi, lei va in montagna con i sacerdoti, «cammino, penso, prego». Viveva con i genitori in Toscana fino a poco tempo fa, si fiondava a Roma tutti i giorni al volante della sua Tipo. Le uniche libidini? «Un bicchiere di vino, Beautiful e Centovetrine».
Assistente di Bachelet, poi eurodeputata, poi plenipotenziaria della Dc forlaniana in Veneto, se ha conquistato la celebrità deve dire grazie al pool di Milano. Difatti è con Tangentopoli che si ritagliò il celebre ruolo di «Fanatica khomeinista». Nel pieno del tintinnar di manette, in Veneto ritira la tessera a tutti gli inquisiti, a cominciare dal potente capo doroteo Bernini. Poi scrive ai giornali una dolcissima lettera aperta «ai democratici cristiani che hanno problemi con la giustizia», il cui succo amarissimo è questo: toglietevi di mezzo, «finché la vostra posizione non sarà chiarita». Ettore Bonalberti, personaggio di spicco della Diccì veneta di quei tempi, dirà: «Si comportava da irriducibile Torquemada contro tutti i vecchi Dc, responsabili secondo lei di ogni nefandezza...nella scelta dei candidati si dimostrò una tagliatrice di teste formidabile: in nome del rinnovamento fece posto ai fedelissimi». Alla faccia della carità cristiana. Così la Torquemada in gonnella prende il volo tra i post-Dc, e dopo Moro, De Mita e Martinazzoli, convince i popolari ad andare a braccetto con D'Alema. Non senza scontri: memorabile il diverbio che ebbe con Bobo Formigoni, anche lui votato all'illibatezza. Dice lei a lui: «Io sono casta, ma lo sono veramente». Dice lui a lei: «Può darsi, ma io devo resistere a più tentazioni».
Quello della purezza biblica è un filo conduttore che puntualmente s'intreccia con le cronache che la riguardano. Quando gridò «Vattene!» al vicepresidente della Camera Biondi, la Santanché la prese a scudisciate: «La serietà è un'altra cosa. Tanto vale mettersi i tacchi a spillo e non fare la mezza suora». Al che lei risponde colpo su colpo, con la solerzia d'una perpetua che cerca i fiammiferi per accendere il cero. «Il mio celibato è totale: vedrete, la società va verso una rigenerazione dei costumi». Tale onorevole Saia, al Senato, disse spudoratamente che «una lesbica come lei non può fare il ministro della Famiglia». E lei si mise a precisare che «mi piacciono gli uomini, ma solo quelli educati». E oggi, a chi continua a ficcare il naso negli affari privati, Rosy continua a dire che «nulla di nuovo all'orizzonte, sono single». Chissà che al prossimo congresso del Pd non esca davvero il suo nome. Con annesso slogan: «Astinenza sì: ma non di voti».