Doppia svista di Prodi e D’Alema L’Europarlamento ci toglie 6 seggi

da Roma

Adesso ci si appella a Prodi e D’Alema. «Non ci limiteremo a porgere l’altra guancia! Se necessario, passeremo al veto!» ha strillato ieri Mauro Zani (Ds-Pse) dopo il voto in commissione - quello d’aula è previsto per giovedì della prossima settimana - che ha tagliato da 78 a 72 gli euroseggi italiani a Bruxelles e a Strasburgo. «Difficilmente l’Italia potrà dare il proprio assenso a una proposta che viola i principi fondanti del trattato e che penalizza ingiustamente il nostro Paese» ha protestato pure Rocco Cangelosi, nostro rappresentante permanente presso la Ue.
Peccato che proprio Prodi e D’Alema, nei boatos di corridoio degli uffici comunitari, sarebbero i primi responsabili della débâcle. A giugno, nell’ultima riunione del consiglio europeo dedicato alla stesura della nuova Costituzione, i due - osservati da tutta la stampa internazionale - uscirono da palazzo Justus Lipsius per andare a telefonare a Pecoraro Scanio, che minacciava dissociazioni dal governo, e a Veltroni, che il giorno dopo avrebbe presentato a Torino la sua candidatura a leader del Pd. Poche ore d’assenza. Ma giusto in quei momenti la Merkel convinse i polacchi e, a quel che si dice, trovò l’accordo con francesi e inglesi sulla ristrutturazione del Parlamento europeo per far scendere a 750 il numero dei seggi, dopo che si era raggiunta quota 785 per l’ingresso di romeni e bulgari. Anzi, proprio in quegli istanti Merkel, Sarkozy, Blair e Zapatero decisero che della questione si sarebbe occupato proprio l’Europarlamento e che i Paesi più piccoli - come Malta, Cipro, Lussemburgo ed Estonia - avrebbero avuto 6 europarlamentari. Costringendo dunque i Paesi maggiori al ribasso nei seggi.
Vera o meno che sia la storia, qui subentra un errore del governo Prodi. Perché all’Europarlamento, i due relatori della revisione dei seggi, il francese Lamassoure (Ppe) e il romeno Severin (Pse), hanno deciso di prendere in considerazione per il calcolo delle spettenze di ciascuno - come «da trattati» a quel che assicura ora il primo - non il numero dei cittadini, ma quello dei «residenti». Così la Germania, dove figurano residenti milioni di turchi (che non votano però per le politiche o per le europee), la Gran Bretagna (con grande immigrazione dal Commonwealth) e la Francia hanno subíto perdite relative. Mentre per la prima volta l’Italia - vedi tabella a fianco - perde la parità con gli altri «grandi». Anche qui quasi nessuno si fece vivo, tranne Cangelosi che - a quel che si sa - indirizzò allarmati avvisi alla Farnesina che evidentemente era in tutt’altre faccende affaccendata.
Ieri mattina, la doccia fredda: in commissione Affari costituzionali dell’Europarlamento, la proposta di revisione ha ricevuto 17 sì, 5 no e 3 astensioni. Il che vuol dire che l’aula dovrebbe sicuramente approvare la nuova composizione nella seduta che si terrà a metà della prossima settimana. Gli italiani han provato a fare fuoco e fiamme; ma era tardi. Troppo tardi. Son riusciti a far inserire un emendamento che raccomanda agli organismi europei di riaffrontare la questione residenza/cittadinanza in una delle prossime legislature. Ma ormai il pasticcio è fatto. Nella primavera del 2009, quando si tornerà alle urne, gli italiani eleggibili saranno 6 in meno di oggi: per nulla una quisquilia, visto che la cifra rappresenta la quantità di eurodeputati previsti per i Paesi minori.
Protesta Zani, s’infiamma l’altro diessino Pittella (il quale sottolinea come «non si tratti di sciovinismo nazionalista ma della necessità di affermare il principio di cittadinanza europea prevista dai trattati»). E anche Cangelosi torna a far balenare il fantasma del veto. Ma le repliche, ad ora, sono quasi sprezzanti: «Le guerre retoriche e nazionaliste non sono d’utilità allo sforzo per la costruzione dell’Europa» replica infatti il romeno Savarin. A Lisbona, 18 e 19 ottobre, toccherà a Prodi e D’Alema. Se non avranno altro da fare.