La doppia vita tra coca e lavoro

Per tutti erano irreprensibili operai Ma la droga li aveva resi schiavi

Alessandria - Bravi ragazzi. Ma tutti col vizio della coca e un disperato bisogno di soldi. «Insospettabili», dicono oggi i vicini di casa. Ali Muka, 28 anni, lo conoscono poco. È descritto come schivo, sempre educato e molto riservato. Abita al terzo piano di un dignitoso stabile del centro storico di Alessandria, zona frequentata dagli albanesi. La padrona di casa conferma i problemi di denaro: «Era indietro di cinque mesi con l’affitto, ma mi aveva promesso che avrebbe saldato il debito». I soldi erano diventati un problema per Muka come per i suoi complici. In città dal settembre 2000, con un permesso per l’inserimento lavorativo, è dipendente di una ditta di Castelletto Monferrato che produce portelloni per frigoriferi. Ma ultimamente Muka lo stipendio lo «investiva» tutto in cocaina. «Quell’operaio irreprensibile», come lo ricordano i colleghi, con la coca e poi con l’eroina aveva cominciato a vedere una realtà diversa. E ad avvicinarsi alle sette sataniche. La cocaina è il fil rouge dell’incontro di Muka con Armand Ali Ibrahimi, il 19enne preso martedì nella boscaglia del Novarese. Era stato affidato dai genitori, rimasti in Albania, a una zia che vive ad Alessandria, poco distante dalla casa di Muka. Ibrahimi lo incontra e diviene schiavo delle farneticazioni di Muka e di Rusten Ahmeti, 21 anni, l’ultimo arrestato, la personalità più forte del trio. «Mio nipote Armand è cambiato due mesi fa - ricorda ora la zia, piangendo -. È diventato taciturno, non parlava dei suoi problemi». Quelli avrebbero dovuto risolversi su un pullman da rapinare.