Doppio assalto come a Madrid e a Istanbul

Gian Marco Chiocci

da Roma

Si chiama «strategia della tensione», ed è un capitolo fisso, ricorrente, nel manuale del terrore. Per i giovani jihadisti di Al Qaida l’obiettivo strategico è terrificante e semplice al contempo: «ridicolizzare» l’avversario, colpirlo negli «affetti», renderlo consapevole che è vulnerabile ovunque e in ogni momento. Costringerlo a vivere nell’incubo, a convivere con la paura a dispetto delle rassicurazioni e delle iniziative prese per combattere il nemico invisibile: abbiamo colpito il 7 luglio, abbiamo colpito oggi, colpiremo domani. Il fine è far capire a tutti, politici e cittadini, che non può esserci difesa fra chi può scegliere un obiettivo qualsiasi (un autobus, un aereo, un treno, un centro commerciale) e chi è costretto a controllare solo un tot numero di potenziali bersagli.
Ecco, questa è la sintesi del terrorismo del terzo millennio, interpretato da Osama Bin Laden e continuamente aggiornato dai suoi strateghi. Nelle stanze dei servizi segreti italiani in queste ore si sfogliano avidamente analisi, si confrontano le ultime segnalazioni, si leggono con occhi diversi le modalità d’azione e di propalazione dell’offensiva dell’integralismo. Quanto è accaduto ieri a Londra, due settimane dopo la strage, ricalca un modus operandi seguito nel 2004 dopo gli attentati a Madrid e nel 2003 dopo le bombe alle sinagoghe di Istanbul: l’azione terroristica viene ripetuta dopo qualche giorno. E a rivendicare gli attacchi in Spagna, Turchia e in Gran Bretagna sono sempre le Brigate al Masri. Analogie che, secondo gli analisti italiani, fanno pensare a un’unica regia. «Ormai si combattono due battaglie parallele in un’unica grande guerra all’Occidente - spiega al Giornale una fonte di primo livello della nostra intelligence -. Il network creato da Bin Laden, a cui un po’ tutte le sigle più radicali fanno riferimento, da un lato gioca la carta “mediatica” utilizzando sia il web con i suoi mille comunicati attribuiti a cento sigle diverse, sia la tv che pubblicizza attentati, sgozzamenti, panoramiche di Bin Laden che se ne va tranquillamente a spasso tra i monti “in barba” agli eserciti che gli danno la caccia».
Dall’altra, continua l’alto funzionario dei Servizi, «se per gli attentati-fotocopia del 7 luglio non dovesse essersi trattato di semplici emulatori, o di fanatici bombaroli fai-da-te, l’azione finisce per inquadrarsi nella strategia della seconda battaglia di cui sopra. Che è quella tesa a esibire i muscoli e a dimostrare efficienti capacità militari indipendentemente dagli stati d’allerta, dai piani antiterrorismo, dal bavaglio governativo sull’informazione, dallo sviluppo delle indagini, dagli arresti, dagli scambi informativi fra agenzie di intelligence. Che è un poi come dire: la rete di Osama è troppo vasta, impossibile da neutralizzare. Quattro ragazzi qualsiasi - per di più insospettabili cittadini britannici - si sono fatti saltare in aria, altri quattro hanno piazzato bombe e sono scappati, tanti altri sono pronti alla chiamata perché, dicono, non è vero che siamo in pochi, ma è vero l’esatto contrario visto che il proselitismo va a gonfie vele in Spagna, in Gran Bretagna e non si dovrebbe dire...» anche in Italia. Al Qaida, attraverso i suoi bracci operativi inseriti e radicati in contesti occidentali, «sembra allenarsi per esportare in Europa il modello iracheno. Esplosivi e kamikaze - continua lo 007 - puntano a punire gli alleati più fedeli di Bush, a renderli insicuri politicamente: ci sono riusciti con Aznar, nell’imminenza delle elezioni. Stanno insistendo con Blair, che è rimasto al comando dopo la prima tornata di bombe. È probabile che punteranno a Berlusconi, perché agli occhi del mondo l’immagine dell’Italia è quella di una realtà divisa, con una forte opposizione interna che spinge per un ritiro delle truppe dall’Irak, e che spingerebbe ancor di più - sull’esempio vincente di Zapatero - all’indomani di un attacco efferato nella Capitale, magari in prossimità delle elezioni della primavera del 2006».
Ecco perché Scotland Yard, con le ferite del 7 luglio, non riteneva cessato il pericolo. Ecco perché i Servizi italiani lavorano su ogni dettaglio,su nomi che ricorrono in più inchieste. Hanno triplicato gli informatori, controllano moschee e centri culturali. Fanno quello che possono ben sapendo, però, «che poi verremmo comunque criticati per non aver previsto, faccio per dire, lo studente con lo zainetto pieno di tritolo che si fa saltare in aria in una chiesa, al mercato, fra i turisti al Colosseo».