IL DOPPIO BLUFF FIRMATO ROMANO

Il negoziato sulle prospettive finanziarie 2007-2013 - il bilancio pluriennale dell'Unione Europea - è nell'impasse. Sotto la direzione della presidenza britannica le trattative si sono insabbiate e sono prevalsi i soliti egoismi nazionali.
Il quadro delle posizioni dei singoli Paesi è sconfortante. Il Regno Unito vuole conservare le restituzioni - il rebate - che lo esonerano dalle spese legate all'allargamento, a meno che i francesi non accettino di riformare profondamente la Politica Agricola Comune. Ma la Francia è risoluta ad evitare che siano rimessi in discussione i crediti destinati alla Pac. Olanda, Svezia e Austria mirano all'abolizione della stessa Pac o in alternativa compensazioni analoghe a quelle britanniche. La Germania rifiuta di vedere il suo contributo aumentare. Spagna, Portogallo e Grecia vogliono conservare i loro privilegi, nonostante le loro economie siano ormai al pari di quelle degli altri Paesi europei. I Paesi della nuova Europa chiedono una rapida approvazione del bilancio per poter beneficiare appieno dei fondi di coesione e accelerare il loro allineamento agli standard di sviluppo occidentali. L'Italia ha avuto il coraggio di difendere la riforma delle prospettive finanziarie, accettando comunque a giugno un compromesso relativamente svantaggioso, ed oggi non vuole dare un euro in più. Insomma, il negoziato sul bilancio comunitario si sta trasformando in un suk.
Chi è responsabile di questo stallo, che rischia di mettere definitivamente in crisi l'Unione Europea? Certo, gli Stati membri e i loro leader hanno alcune colpe. Nessuno - con le eccezioni di Tony Blair e Silvio Berlusconi - ha avuto il coraggio di un balzo in avanti che spostasse il dibattito su un piano più alto. Ma spetta alla Commissione far valere l'interesse europeo. E cosa ha fatto l'esecutivo Ue? La Commissione di José Manuel Barroso poco, perché non era ancora in carica quando si è avviato il negoziato sulle prospettive finanziarie. La Commissione di Romano Prodi, per contro, è all'origine dell'impasse attuale.
Prodi ha commesso una furberia e un errore. La sua proposta iniziale, che risale alla primavera 2004 quando la sua Commissione era in fine mandato, prevedeva di aumentare all'1,14 per cento del Pil europeo le risorse a disposizione della Ue. In modo altisonante, Prodi annunciò un aumento del 300 per cento delle spese per l'educazione e la formazione, del 200 per cento per la ricerca, del 400 per cento per la competitività. Si trattava di un bluff, anche perché sei Stati membri avevano già chiesto alla Commissione di non andare oltre l'1 per cento del Pil comunitario.
Ed ecco l'errore di Prodi: disse chiaramente che, per finanziare l'allargamento del 2004, non era necessario un aumento delle risorse europee. I soldi, invece, non ci sono e l'equilibrio della solidarietà europea è a rischio.
Quel che è più grave è che tutto era già scritto in un rapporto redatto dall'economista belga André Sapir e commissionato dallo stesso Prodi. Pubblicato nel 2003, il rapporto Sapir diceva che per rendere l'economia dell'Europa allargata dinamica e competitiva era necessario riorientare il bilancio comunitario secondo tre linee direttrici: ridurre al minimo i sussidi all'agricoltura, riservare i fondi strutturali ai Paesi più poveri del continente e realizzare un più forte investimento nella Ricerca e Sviluppo e nell'insegnamento superiore. Prodi, invece, gettò nel cestino il rapporto Sapir e decise di presentare un bilancio europeo «all'antica». Con la sua ipocrisia, di fatto, ha prodotto questa ennesima impasse europea.