Un doppio Cechov servito in salsa napoletana

Francesco Saponaro firma la regia dei due atti unici dell’autore russo: «L’orso» e «La domanda di matrimonio»

La scena è bianca. E, trattandosi di Cechov, la cosa non può che apparire in linea con la migliore tradizione (basti ricordare i celebri allestimenti cechoviani di Visconti e Strehler). Ma nei due atti unici L’Orso e La domanda di matrimonio, montati insieme da Francesco Saponaro per il Mercadante di Napoli e ora al teatro India, questo biancore semplice e legnoso sembra rimandare più esplicitamente a un clima di «mediterraneità», di meridione. Come se tra il drammaturgo russo (qui arguto sperimentatore del vaudeville) e la farsa di matrice partenopea, il regista riuscisse a stabilire una curiosa - ma appropriata - vicinanza. Ad aiutarlo nell’intento ci pensano pure la lingua e la briosa prova dei tre interpreti, Giuseppe Battiston, Roberto De Francesco e Fabrizia Sacchi, tutti impegnati in un doppio ruolo. I due elementi risultano anzi complementari, perché la vivace modernità con cui Fausto Malcovati ha tradotto il dittico ben si adegua ad accenti lievemente dialettali che, soprattutto nel secondo dei titoli, approdano a un intarsio di inflessioni anche marcate (il napoletano, il pugliese). Di conseguenza, la recitazione appare sospesa tra sottolineature caricaturali e brevi «distrazioni» modulate su toni più dimessi. Un plauso particolare merita poi Battiston, capace nell’Orso di restituire con efficacia la figura del devoto servitore Luka, indolente domestico che assiste, con sguardo sbalordito pur se non così coinvolto, al volubile comportamento della sua padrona, una vedova a lutto da mesi che in un primo momento tratta male il creditore piombatele in casa per chiedere quanto dovuto, poi si lascia volentieri sedurre dall’uomo. Mentre, nella Domanda di matrimonio, il bravo attore dà vita a un agitatissimo, ipocondriaco, febbricitante - ma amabile - Lomov, il giovane possidente che si reca a chiedere in moglie la figlia di un vicino e finisce col lasciarsi coinvolgere in una serie di litigi furiosi, scaturiti per difendere la «roba». Anche De Francesco regala tratti incisivi e grotteschi alla sua duplice prova (il creditore e il padre della ragazza da maritare), sebbene a tratti appaia eccessivamente macchiettistico. Resta da dire della Sacchi, la quale sembra non riuscire a equilibrare al meglio l’enfasi e il didascalismo con l’esigenza di una recitazione che sia, invece, quanto più possibile sottile e asciutta. Ciò non toglie, tuttavia, che lo spettacolo nel complesso risulti davvero godibile.
Il giovane regista campano dimostra, infatti, di saper scandagliare a fondo questo doppio manifesto di contraddittorietà umana e di saperne trarre una spassosa alchimia di opposti. Se nel primo testo un lutto viene trasformato in situazione gioiosa, nel secondo una situazione gioiosa viene compromessa da litigi, asperità e malori fisici: siamo in costante bilico tra commedia e tragedia. E alla fine tanto vale la pena arrendersi, visto che l’esistenza, comunque la si viva, è molto, molto più imprevedibile della fantasia.
Repliche fino a domani. Info: 800.013.390.