Doppio flop per le liberalizzazioni. Taxi e benzina ora costano di più

Il ministro dello Sviluppo economico difende il suo pacchetto a un anno dal varo. Ma Bankitalia frena e i consumatori accusano: "Risparmi per 2,4 miliardi? Stime inverosimili"

Roma - È stato un Pierluigi Bersani versione «decisionista» a presentare ieri il bilancio di un anno di liberalizzazioni. Il ministro dello Sviluppo economico ha rispolverato la sua immagine liberal per fare il punto sulle «lenzuolate» (due decreti legge convertiti e un terzo ddl che auspica approvato a settembre). Un’immagine troppo spesso offuscata tanto dai diktat della sinistra radicale quanto dalle proteste di piazza delle categorie che hanno scandito questi 13 mesi.
Ma il ministro liberalizzatore ha veramente fiducia nel mercato e soprattutto intende tener conto delle indicazioni del governatore di Bankitalia, Mario Draghi, che gli aveva chiesto di «lasciare lo spazio necessario alla regolamentazione secondaria e all’autoregolamentazione»? «Se non si vogliono decreti - ha risposto - cerchiamo di darci una regolata. Se si pensa che il mercato si regoli da solo, non ci sarebbero i movimenti dei consumatori. E poi chi è nel mercato sogna di fare il monopolista. Se sarà necessario, non escludo di intervenire». Con tanti saluti ai liberisti.
Ma che cosa hanno prodotto gli interventi di Bersani? Secondo le stime degli uffici del ministero, proiettando nell’arco temporale di un anno gli effetti rilevati fino ad oggi, i risparmi per le famiglie italiane si attesterebbero in una soglia compresa tra i 2,4 e i 2,8 miliardi di euro. Si tratta di una stima, che per il presidente del Codacons, Carlo Rienzi, è «inverosimile perché i risparmi ci sarebbero stati se il governo avesse mostrato più fermezza contro le lobbies».
La critica è difficile da contestare perché se si parla dei due decreti Bersani, si fa prima a raccontare cosa ha funzionato rispetto alle problematiche irrisolte. Come ha evidenziato il ministro, cali dei prezzi sono stati registrati nel settore della telefonia mobile (-14,2% annuo a giugno) con l’abolizione dei costi di ricarica e in quello dei farmaci (-6,6% con sconti che arrivano fino al 30% nella grande distribuzione). Il ministero si è anche attribuito il merito della flessione delle tariffe aeree (-9,2%) in virtù dell’obbligo di trasparenza dei prezzi come se il fenomeno low-cost fosse solo passeggero.
Poi sono cominciate le note dolenti. In primo luogo, i taxi. La liberalizzazione dimezzata non ha funzionato. Solo 7 grandi Comuni si sono parzialmente adeguati e l’unico a mettere all’asta nuove licenze è stato Bologna. «Ma i taxi pesano solo lo 0,18% sulla spesa delle famiglie», si è schermito Bersani. In secundis, le polizze Rc auto: il 65% degli automobilisti è stato risarcito con l’indennizzo diretto, ma sul fronte dei premi i prezzi hanno continuato a salire. «L’andamento non è soddisfacente», ha commentato il ministro.
Stesso discorso per i servizi bancari. Certo, è stata abolita la penale per l’estinzione anticipata dei mutui, ma, come ha detto lo stesso governatore Draghi, ciò «può comportare un innalzamento del tasso richiesto dalle banche». Anche i costi dei servizi bancari sono rimasti pressoché invariati e nel ddl attualmente in discussione in Parlamento è ricomparsa sotto altra veste la «commissione di massimo scoperto» che si intendeva eliminare. Ma Bersani ha ribadito che si continueranno a seguire gli sviluppi. Non senza vantarsi di aver contribuito a un vero e proprio florilegio di panifici da quando non è più necessaria la licenza.
Il colpo di grazia alla fine l’ha dato proprio Nomisma. In Italia le benzine costano in media 3,8 eurocent in più rispetta alla media Ue, ha evidenziato una ricerca, e di questi solo 0,4 centesimi sono ascrivibili alla mancanza di pompe nella grande distribuzione (provvedimento contenuto nel ddl). Ed è proprio la grande incompiuta: il ddl Bonino sull’energia e il ddl Lanzillotta sui servizi pubblici locali languono da più di un anno al Senato. Ma quando c’è di mezzo la sinistra radicale, anche super-Bersani non può nulla se non sperare che «il Parlamento ci dia una mano». Forse anche per questo motivo ieri il ministro ha promesso che non si tornerà indietro sul rigassificatore di Rovigo e sulla centrale Enel di Civitavecchia.