Il doppio gioco degli infiltrati di Stato

Si dirà che la manifestazione dell’Aquila in cui sono risuonati slogan inneggianti all’assassinio di Marco Biagi, e invocanti «più vedove, più orfani, più sbirri morti... dieci, cento, mille Raciti», è stata autorizzata perché doveva essere una protesta contro le regole carcerarie del 41 bis: come tale ammissibile. Questa giustificazione - se rivendicata da chi poteva dire sì o no alla richiesta di nobili organizzazioni quali Olga, ossia «ora di liberarsi dalle galere» - avrebbe senso solo in un caso: nel caso cioè che dopo il tramutarsi della protesta in una truce apologia del terrorismo e in un incitamento alla libertà dei criminali («da Poggioreale all’Ucciardone, evasione») i più scalmanati partecipanti alla parata delinquenziale, talmente sicuri dell’impunità da procedere a volto scoperto, fossero stati almeno portati in questura e denunciati: e non, come in effetti è avvenuto, scortati così da poter raggiungere indenni e trionfanti l’autostrada per Roma.
Non che la denuncia immediata sarebbe servita a molto. Si sarebbe persa in anfratti della giungla cartacea che paralizza l’azione della legge. Ma almeno i cittadini, sconcertati di fronte a questo fanatismo tracotante e indignati per una esibizione di violenza verbale che trasformava in eroina l’ergastolana Nadia Desdemona Lioce, avrebbero potuto dire che lo Stato esiste anche per punire chi lo oltraggia. Pare invece che esista soprattutto per proteggere gli oltraggiatori. È sintomatico che tra gli schiamazzatori vi fosse l’ex segretario provinciale di Rifondazione comunista Giulio Petrilli: che non occupa più la sua poltrona di partito, ma che rimane lietamente nell’ambito «pubblico», e delle retribuzioni pubbliche, come presidente dell’Ares, l’azienda regionale per l’edilizia sociale. Uno degli innumerevoli esempi italiani di eversore retribuito, a spese dei contribuenti non eversori.
Vale la pena di spendere qualche parola anche per questa storia della «manifestazione che degenera», degli infiltrati che si mescolano a mansueti dimostranti. Questa dell’Aquila non è una manifestazione che è degenerata. Due o trecento persone che urlano minacce d’un estremismo volgare e delirante non sono state infiltrate, sono loro l’infiltrazione pericolosa nel tessuto del Paese: degne in tutto e per tutto della scritta «terrorista è lo Stato» tracciata con vernice spray a Bologna davanti alla casa di Marco Biagi.
Ma il problema della «degenerazione» si pone anche quando i facinorosi siano minoranza. È inutile illudersi. La chiassata contro Bush che è stata indetta a Roma per il giorno in cui il Presidente americano vi sosterà in visita ufficiale non sarà caratterizzata dagli eventuali ragionevoli critici della politica americana. Sarà caratterizzata dalle teste calde che non vogliono, a proteggere l’ospite, nessuna «zona rossa», perché ritengono saggio e utile, per il buon nome dell’Italia, che un alleato di quel rango sia lasciato in balìa dei Luca Casarini, o dei Francesco Caruso, o di chi è molto peggio - e ce ne vuole per riuscirci - dei Casarini e dei Caruso. Dal disobbediente al teppista il passo è brevissimo.
Prodi ha invitato gli esponenti della maggioranza a non scendere in piazza contro Bush, ma il ministro Paolo Ferrero s’è affrettato a precisare che l’esortazione va bene se rivolta ai membri del governo, è inaccettabile se rivolta alle forze politiche. Petrilli all’Aquila è stato dunque un antesignano di questa strategia che ci farà assistere a una recita governativa di singolare stravaganza: Prodi rappresenterà nello stesso tempo l’Italia alleata degli Usa e l’Italia che ravvisa negli Usa, per dirlo alla cilena, «el pulpo», la piovra. Doppio ruolo. C’è riuscito a malapena Spencer Tracy come dr. Jekyll e mr. Hyde. Cose che riescono a Hollywood, non a Roma.
Mario Cervi