DOPPIO GIOCO A NASSIRYA

Piero Fassino cerca faticosamente di accreditare un pensiero della «sinistra di governo», dopo quattro anni di dura opposizione condotta a colpi di slogan. È certamente un'impresa difficile, anche per una persona la cui formazione e la cui cultura non hanno lasciato troppi varchi al massimalismo vecchio e nuovo. Ma quel che sorprende è quanto egli stesso riesce a complicarsi la vita, a compiere un giorno un passo avanti e il giorno dopo uno indietro.
Parliamo dell'Irak, questione centrale non solo della campagna elettorale italiana, ma del Medio Oriente e del futuro del mondo. Ebbene, il passo avanti di Fassino consiste nel fatto di esser riuscito a correggere, nell'Unione, la linea zapaterista del «ritiro immediato», a convincere Romano Prodi, nonostante le proteste pubbliche di Fausto Bertinotti, e perfino a rassicurare - stando a quanto si è letto in cronache giornalistiche, mai smentite - gli alleati americani. Ma ecco, subito il passo indietro, compiuto nella seduta del Consiglio nazionale del suo partito, i Ds: se il centrosinistra vincerà, uno dei primi atti del nuovo governo sarà «un calendario per il ritiro dei soldati italiani», naturalmente discusso con le autorità irachene, una trattativa però in cui il problema non sarà il «se» debba cessare la missione Antica Babilonia, ma il come. Tutta qui la svolta? Tutto qui lo strappo rispetto ai sostenitori della fuga? Sembra di sì.
La priorità resta in sostanza il disimpegno. Non un cenno, nella lunga relazione del segretario della Quercia, al terrorismo dei nostalgici di Saddam e della rete jihadista, se non un richiamo doveroso agli attentati di Amman. Neanche una citazione del discorso di Kofi Annan a Bagdad, che smentisce anni di «retorica onusiana». Non un riferimento al contributo diretto che la presenza italiana ha dato alla ricostruzione della democrazia. E neppure un'idea sul come continuare a contribuirvi. Al contrario ha speso molte più parole a ribadire la critica al «modo in cui l'amministrazione Bush ha gestito l'occupazione dell'Irak», a sottolineare l'uso dei «gas chimici» a Falluja e ad insistere sulle «reticenze» e le «doppie verità» del governo italiano sull'affare «Nigergate».
Fassino, in altri termini, per poter continuare a parlare di un «calendario» ha riproposto i nuovi argomenti delle visioni «senza se e senza ma» a cui è ancorata la sinistra antagonista. Perché allora non dovrebbe aver ragione Bertinotti, se tutto è stato una menzogna, se le armi di distruzione di massa le hanno impiegate gli americani, se il terrorismo è una minaccia da affrontare solo alle origini, con un «miglior mondo possibile»?
Colpisce davvero la difficoltà che c'è nella sinistra moderata di usare pubblicamente gli argomenti giusti e di rinunciare finalmente, lì sì, alle «reticenze» e alle «mezze verità». Se si è riconosciuto che l'intervento militare ha avuto il merito di rovesciare Saddam e di cambiare il contesto mediorientale, si dica anche apertamente che un «calendario» concordato di disimpegno militare, per di più graduale, commisurato alla sfida del terrorismo e nel quadro delle risoluzioni del Consiglio di sicurezza dell'Onu, può servire non solo a fini di politica interna, ma soprattutto a trovare altri strumenti altrettanto efficaci per sostenere l'impresa decisiva di garantire al massimo la democratizzazione irachena, cioè a rilanciare l'assunzione di responsabilità compiuta dall'Italia. Ecco la debolezza e la scarsa credibilità della «sinistra di governo»: non saper argomentare i propri passi in avanti e avvolgerli sempre nella carta oleosa dell'anti-bushismo e dell'anti-berlusconismo, dando così ragione alla scuola di Zapatero.