Doppio ko per l’Unione Al Senato nulla di fatto sul decreto sicurezza

I diniani si astengono, polemica Udeur-Prc Scontro rinviato a oggi, dubbi sulla fiducia

da Roma

Nella tarda mattinata Clemente Mastella fotografa lo stato d’animo dell’Unione: «Meglio lasciar cadere il decreto sicurezza». Lo sfogo arriva dopo i due voti contrari del Senato (entrambi su problemi procedurali: uno per la sospensione della seduta; negata. L’altro sul voto a blocchi di un emendamento poi approvato all’unanimità) e un vertice di maggioranza che ha ampliato, anziché ridurre, le fratture del centrosinistra sul tema della sicurezza.
L’unica a vederla «compatta» è Anna Finocchiaro. Ma se il voto finale sul decreto sicurezza slitta a oggi è anche in parte per l’ostruzionismo sul filo del regolamento, applicato da tutta l’opposizione.
In realtà, ieri Rina Gagliardi, benché colpita da un lutto familiare, è dovuta restare in aula per garantire i voti al governo. E non poteva fare altrimenti. Stefano Zuccherini (altro senatore di Rifondazione) era impegnato in terapie mediche. Oggi i due si daranno il cambio. E di fronte alla minaccia di Franco Turigliatto di votare contro il decreto sicurezza («è un provvedimento razzista») e all’assenza di Emilio Colombo (torna oggi da Bruxelles), la maggioranza ha accolto quasi con favore l’ostruzionismo dell’opposizione.
Dopo i due voti contrari, infatti, che avevano visto presente la sola senatrice a vita Rita Levi Montalcini, nel pomeriggio sono arrivati nell'aula anche Oscar Luigi Scalfaro e Franca Rame. Oggi, però, è probabile che se arriverà in aula, Francesco Cossiga voterà contro.
Insomma, ancora una volta, l’aula di Palazzo Madama diventa una specie di ring. «Come si fa a dire che non c’è un problema politico sul decreto sicurezza? - commenta ancora Mastella - C’è eccome. Non possiamo far finta di niente dopo le parole di Bertinotti. E Rifondazione non può continuare a giocare con il gioco dell’acqua intorpidita: tenere in piedi il governo come riserva aurea per la legge elettorale. A questo gioco non ci sto». «E diciamolo - aggiunge - qui al Senato sono mancati 400mila voti e forse è addirittura irregolare se siamo noi la maggioranza».
Maggioranza sempre più a rischio, visto il “gioco del cerino” in atto fra le diverse anime del centrosinistra. Giovanni Russo Spena, capogruppo di Rifondazione al Senato, minaccia: «Staremo molto attenti. È chiaro che non voteremo un decreto sfregiato». Eppure, la sinistra estrema non ottiene le modifiche richieste. Tant’è che l’emendamento sui Centri di permanenza temporanea resta nella versione originaria, che Prc voleva modificare. Lamberto Dini, pur presente in aula, non partecipa alle votazioni; mentre i suoi si astengono a tutte le votazioni. Continua ad avere le «mani libere».
In questo clima, e visto che finora l’aula di Palazzo Madama non vota nemmeno un articolo del decreto, diventa sempre più possibile la fiducia. L’ipotesi che la maggioranza ricorra a una soluzione del genere circola con insistenza nella tarda mattinata. Un vertice di maggioranza lo esclude; «per il momento», osserva la Finocchiaro. Ma in serata un voto di fiducia torna ad agitare la maggioranza.
Visti i numeri del Senato e visto il clima politico della maggioranza, un voto di fiducia diventa un rischio per Romano Prodi. Al punto che lo stesso presidente del Consiglio, da Napoli, prova a stemperare i toni: «Il decreto - dice - non ha le dimensioni catastrofiche descritte». E sull’argomento, interviene anche Giorgio Napolitano. Secondo il capo dello Stato il tema della sicurezza dev’essere affrontato in chiave non conflittuale. In realtà la conflittualità sulla sicurezza non è fra maggioranza ed opposizione, ma all’interno del centrosinistra.
Alle venti esatte, Franco Marini annuncia ufficialmente il rinvio della discussione a oggi. E forse, una volta tanto, la volontà di Mastella «di far cadere questo decreto», coincide con quella di Pecoraro Scanio di affossarlo. E con il provvedimento, anche Prodi.