Doppio raid israeliano. Hamas: «Tregua finita»

Oggi Abu Mazen annuncerà la data del voto sul riconoscimento di Israele

Gian Micalessin

Era uno degli incubi di Amir Peretz. Il leader laburista, appena preso possesso del suo ufficio al ministero della Difesa, aveva convocato i generali chiesto di quel pericolo. Dopo una visita ai comandi della regione meridionale, dopo aver visto la sua stessa abitazione di Sderot sfiorata da un missile Qassam ci aveva ripensato. Ora l’incubo è realtà. Una motovedetta sbaglia bersaglio, una delle salve d’artiglieria, usate come prevenzione e rappresaglia per i lanci di missili Qassam sui territori israeliani colpisce un’affollata spiaggia di Gaza, dilania madri e bimbi, uccide sette persone, ne ferisce una ventina. Un bilancio tremendo. Un bilancio ancor più crudele per la presenza tra quei morti di tre bambini. Uno aveva tre anni gli altri due non più di dieci. Sono stati fatti a pezzi mentre giocavano. Un errore, un tragico sbaglio, ripetono gli israeliani mentre le autorità militari si scusano per «aver colpito degli innocenti» e il capo di stato maggiore generale Dan Halutz ordina l’immediata sospensione del fuoco d’artiglieria in attesa di un’inchiesta. Un «sanguinoso massacro», ribatte indignato il presidente dell’Autorità Palestinese Abu Mazen che condanna la strage e la condotta indiscriminata d’Israele.
Ma quella spiaggia insanguinata, quei corpi smembrati nella sabbia, sono per Gaza solo l’epilogo di una giornata turbata dall’odio anti israeliano, dalle paure per un’imminente guerra civile e dalla minaccia dell’ala militare di Hamas di riprendere gli attentati suicidi contro Israele. La prima vampata d’odio contro Israele la scatenano i funerali di Abu Samhadana, l’ex capo dei Comitati di Resistenza Popolare promosso alla testa dei servizi di sicurezza dal governo di Hamas ed incenerito, nella notte di giovedì, dai missili israeliani. Altro odio, altra rabbia quando un elicottero sorprende e annichilisce tre militanti dopo un lancio di missili Qassam dagli avamposti nel nord della Striscia. Infine l’ondata di furore innescata dalla strage sul lungomare.
Quelle stragi per i capi di Ezzedin Al Qassam, il braccio armato di Hamas, sono la gocce che fanno traboccare il vaso e impongono il ritorno agli attentati sul territorio israeliano. «I massacri israeliani sono l’inizio della battaglia, questo significa – recita un comunicato delle Brigate - che il terremoto nel cuore delle città israeliane riprenderà costringendo i loro abitanti a tener pronte le proprie bare o i bagagli per la fuga». Nella pancia di Gaza gorgogliano, però, anche gli i rancori accesi dallo scontro tra il governo di Hamas e il presidente Abu Mazen. Oggi è il giorno cruciale, quello della resa dei conti. Il presidente ha già firmato il decreto per la presentazione del referendum sul cosiddetto piano delle carceri. Ora è pronto all’annuncio ufficiale atteso per questo pomeriggio. Pronto a decretare il voto del 31 luglio, la consultazione capace di spazzar via la maggioranza fondamentalista.
Abu Mazen sa di aver in tasca un’arma cruciale. Un’arma regalatagli dagli stessi prigionieri di Hamas firmatari del piano messo a punto da Marwan Barghouti, il segretario generale di Fatah condannato a cinque ergastoli. Quel piano riconosce la legittimità del progetto dei due Stati, contempla l’esistenza di quello palestinese a fianco di quello israeliano, regala ad Abu Mazen la possibilità di ricattare Hamas. Il governo fondamentalista ora è con le spalle al muro, costretto a scegliere tra un dietrofront immediato con conseguente riconoscimento d’Israele o un dietrofront rinviato al 31 luglio e sancito, secondo i sondaggi, dalla maggioranza dei voti palestinesi. Ad accettare insomma la fine, presto o tardi, del proprio potere. Così mentre Khaled Meshaal, l’irriducibile capo in esilio di Hamas, contatta la moglie di Barghouti e l’invita a far pressioni sul marito per ottenere una modifica al piano, il premier Ismail Haniyeh indirizza una disperata lettera al presidente invitandolo a concedere più tempo al negoziato. «L’idea di un referendum rappresenta un serio pericolo per l’unità dei palestinesi e temo possa provocare una divisione storica che non verrà superata prima di qualche decennio». Haniyeh, il premier secondo cui i palestinesi non conoscono la parola guerra civile, evoca, insomma, il rischio di un conflitto intestino, di una divisione insanabile, implora il presidente di dare il via a «un dialogo nazionale basato sul piano dei prigionieri per raggiungere un accordo e dar vita ad un governo di unità nazionale».