Il doppio volto del detective Freud

In un thriller di Jed Rubenfeld è il padre della psicanalisi a condurre le indagini. "L'interpretazione della morte" è ambientato durante un viaggio negli Usa in compagnia di Jung e Ferenczi

Luca Crovi
«Voi americani siete come Virgilio: se non riuscite ad abbassare il Paradiso siete determinati a sollevare l’Inferno». Con queste parole Sigmund Freud commentava le prime impressioni regalategli da una metropoli come New York nel 1909. Una città in cui cominciavano a svettare giganteschi grattacieli e dove sottoterra si muoveva freneticamente la metropolitana (luogo che scatenava in lui terribili incubi e claustrofobici pensieri) e dove il telefono aveva preso piede in maniera ultraveloce. Una terra misteriosa e affascinante che per la prima volta lo accoglieva, pronta a recepire e diffondere le sue rivoluzionarie teorie psicanalitiche.
Proprio durante quel suo primo e unico viaggio è ambientato un curioso thriller di Jed Rubenfeld, L’interpretazione della morte (Rizzoli, pagg. 465, euro 19). «Lo scopo di quella trasferta - spiega Rubenfeld - era quello di tenere una serie di conferenze sulla psicoanalisi alla Clark University di Worcester, nel Massachusetts. Si trattava di una serie di incontri che avrebbero amplificato l’eco delle teorie di Freud che già in maniera massiccia cominciavano ad essere discusse in terra americana e che avrebbe permesso la larga diffusione dei suoi studi sia fra gli studenti universitari che fra gli uomini comuni. La laurea ad honorem tributatagli dalla Clark University fu il primo riconoscimento pubblico che lo studioso ricevette per il suo lavoro. Nonostante il grande successo di quella breve permanenza negli anni successivi Freud ne parlò sempre come se, in quel periodo avesse subito un trauma: definì gli americani “selvaggi” e imputò al suo soggiorno statunitense alcuni disturbi fisici che in realtà lo avevano colpito già da tempo».
E se il nostro Freud proprio in quei giorni fosse persino stato coinvolto nell’indagine seguita a un efferato delitto? E se fosse stato vittima di un terribile complotto ordito per screditarlo? E se proprio in quella terra fossero sorti i primi attriti con il suo allievo prediletto Carl Gustav Jung (che lo accompagnò assieme al non meno fedele Sándor Ferenczi)? Con indizi del genere disseminati all’interno di una narrazione ricca di suspense e documentatissima (sia dal punto di vista storico, sia dal punto di vista psicanalitico) l’opera di Rubenfeld non può non avvincere il lettore, spiccando il volo nelle classifiche statunitensi.
Freud era già stato il perfetto interprete di un mistery come La soluzione sette per cento di Nicholas Meyer, portato al cinema da Herbert Ross nel 1976. In questa storia lo psicanalista viennese si prende cura, su richiesta del dottor Watson, nientemeno che di Sherlock Holmes e riesce a chiarire quale sia il trauma che lo ha costretto alla dipendenza dalla cocaina (la famosa soluzione sette per cento che il segugio di Baker Street si inietta quotidianamente): suo padre ha ucciso barbaramente sua madre e il suo amante.
Rubenfeld riesce a evitare il paragone con l’illustre precedente, trasformando Freud in un consulente esterno delle indagini che in realtà vengono svolte dal giovane dottor Stratham Younger e dall’apparentemente distratto detective Jimmy Littlemore. Entrambi si occuperanno della morte della giovane Elizabeth Riverford e delle terribili violenze che hanno traumatizzato la sua coetanea Nora Acton. Le sevizie subite da entrambe sembrerebbero portare al medesimo colpevole e per far emergere la verità Freud e Younger dovranno sottoporre Nora a una serie di sedute psicanalitiche che possano ridarle la voce perduta temporaneamente e darle memoria di quanto è successo.
Aggiungete la misteriosa sparizione del cadavere della donna assassinata, la fuga di un uomo malato di mente dal manicomio in cui è rinchiuso, le riunioni clandestine di un misterioso triumvirato composto dai più potenti notabili dell’epoca e avrete un quadro abbastanza preciso de L’interpretazione della morte. Una storia in cui nessuno e nulla è ciò che sembra e che gioca a rimpiattino con le doppie personalità e le ambiguità di un’epoca in cui l’America stava cambiando volto. Un’epoca in cui la scienza poteva ancora essere temuta, tanto che uno dei protagonisti del romanzo afferma: «la psicanalisi è destinata a riportarci indietro di cent’anni. La sua licenziosità sedurrà le masse. La sua lascivia sedurrà le giovani menti scientifiche e persino alcune di quelle vecchie. Trasformerà gli individui in esibizionisti e i medici in mistici».
È molto probabile che siano state frasi del genere a scandalizzare il nostro Freud e a dargli un’idea oscura del Nuovo Mondo che aveva visitato. Un’America che grazie a lui avrebbe imparato a curare nevrosi e psicosi e si sarebbe preparata a combattere sadici e serial killer con un metodo rivoluzionario non più basato sui semplici indizi.